Sleepwalk, Dan Chaon

Impossible to tell how fast society was collapsing because history had been riddled through with disinformation and reality was composed of half-fictions and full-on paranoid conspiracy theories. Hummingbird Salamander (2021), Jeff VanderMeer

Un uomo con molti nomi attraversa l’America su Stella polare, il suo camper. Neonomade, trasporta un prigioniero che tratta con gentilezza oltre il dettaglio di avergli ammanettato le caviglie. Pensa di essere un cinquantenne affidabile, solido oltre che gentile, ha controllo di sé e lo racconta a se stesso e al lettore nella disciplina con cui alterna droghe eccitanti per guidare e microdosing per gestire danni emotivi e psicologici. Trasporta pacchi umani, ripulisce scene di massacri famosi, pensa di essere un professionista, un operativo a contratto, un mercenario. Qualcun* evoca il nostro uomo, Will Bear, in un mirroring violento e veloce de The Dude, cosa molto vera ma non per consumi e attitudine alla vita soltanto. Sapremo presto che Will solo apparentemente è un freelance, in realtà è parte di un contratto eterno, arcaico, simile a una servitù da debito inestinguibile. Leggendo dell’abitacolo della Stella Polare con il suo cestello di cellulari usa e getta sappiamo che l’NSA ha probabilmente ancora un budget e che Will pensa che “Non c’è dubbio che per il genere umano stia arrivando il giorno della resa dei conti; eppure, anche in chi tra noi accetta l’inevitabilità della morte di masse di uomini, resiste ancora una guardinga speranza: aspettiamo di vedere come avverrà l’Armageddon, teniamo gli occhi aperti in cerca di modi di volgerlo a nostro vantaggio. Anche nel peggiore dei casi, esiste la possibilità che almeno pochi individui della nostra specie riusciranno a tirare abbastanza a lungo da evolversi in creature adatte a sopravvivere in qualunque nuovo ambiente ci aspetti.

La routine lavorativa di Will viene turbata quando una giovane donna riesce a contattarlo a uno dei suoi burner phone: dice di essere sua figlia, racconta di essere in pericolo e di essere anche pericolosa, racconta delle storie di cospirazioni, deliri di potere, drive biologici che forse contano qualcosa mentre tutte le fiction intorno sembrano crollare. Manipolazione, incoscienza, mancanza di senso di responsabilità sono il passato che torna a presentare il conto al protagonista, un uomo che vive come uno spettro nell’infosfera contemporanea ma il cui codice genetico è “a spasso”, giocattolo e insieme strumento di una storia possibile solo in un’ulteriore, quanto ragionevole, degenerazione del mindset di Douglas Rushkoff in Survival of the Richest, altre variazioni di Musk o Jeffrey Epstein con altri anni, altre crisi finanziarie e spettri di collasso usate come alibi. E mentre la trappola della complessità suggerisce malevola che il sistema è non riformabile e piccoli tycoon creano arche e harem e il rischio esistenziale si impila con nessun adulto a provare a mettere ordine il ritmo unico è quello del thriller: skill, personaggi, backstory in una frequenza più forte del rumore bianco di un Running Dog perché un certo immaginario catastrofico, pur mitigato dalla resistenza della realtà, è arrivato, realizzato. Le fiction collettive crollano, piccoli e grandi cospirazionismi diventano “realtà”: le immense ricchezze permettono alle fantasie di chi le detiene il potere di provare a realizzarle. Ecco la folla di attori in Sleepwalk: sognatori, fanatici, agenti del caos sostenibile.

In Sleepwalk storie e vicende sono da cronaca ormai, parole ed evocazioni definiscono uno scenario in cui un certo repertorio concettuale, composto da termini come balcanizzazione, distopia, crisi, è inadeguato e tutti i momenti, le scene, i dettagli significativi si raccordano componendo un romanzo d’immaginario nell’Antropocene manifesto. Nulla a caso e Will si trova ad affrontare un downgrade del suo mezzo di trasporto e ad abbandonare un token di uno scenario da un incubo del passato. Quale deve essere la percentuale di CO2 nell’atmosfera in un mondo in cui un missile Stinger si trova in un camper.

E Billy o Will Bear attraversa l’America ed è una mappa che conosciamo e un territorio di violenze, cordoni sanitari, assalti di enti federali militarizzati, milizie di autodifesa e di suprematisti, posti di blocco contadini, ecofortezze, compound e santuari di miliardari. Il sistema regge ma fenomeni tipici delle periferie dell’Impero, e i segni del crollo, appaiono ovunque senza sorpresa o vera ansia: presentati come normali, devono essere il new normal dopo averne accettato e subito la normalizzazione. Per Jeffrey The Dude Lebowski i supermercati sono pieni e le piste da bowling illuminate e funzionanti, così Will Bear fa benzina, percorre strade ben asfaltate, non ha problemi a trovare torri di telecomunicazioni attive: pur uomini diversi, forse in ere diverse, entrambi assistono, vivono e sopravvivono a un collasso. Nessuna sorpresa che Will pensi che una qualche forma di apocalisse sia in corso: piccoli crolli sono i punti della distopia sul percorso in un sorgere e scomparire di interzone, zone d’esclusione, blackout, DMZ. Una differenza con il piano della realtà che è solo quantitativa non qualitativa ancora. Non c’è alcun evento X e non ci sarà probabilmente, per l’immaginario dell’Antropocene il concetto stesso è ormai non rilevante come Chaon ancora una volta conferma. Il panorama fuori dai finestrini e dentro i crani è quello dell’Interregno del tardocapitalismo dove il mondo nuovo non è ancora nato e nessuna nascita è in vista o visibile o comprensibile. Un qualche adattamento è in corso però, appena percettibile ma in chiari fenomeni e pratiche. Il culto di WIll per la sicurezza operativa come l’attenta gestione chimica e psichelica di umore, nevrosi, traumi, deliri sono surrogati di un adattamento biologico, o più probabilmente cognitivo, necessario per vivere nell’Antropocene manifesto. E questo protagonista di Chaon rimane un personaggio lucido, sano in qualche modo nonostante la dissociazione che vive come “professionista” e gli abusi subiti da piccolo, proprio un altro tipo umano rispetto ai personaggi di Ill Will, quasi un’altra specie. Non un eroe come la Jane Smith di VanderMeer ma come lei un essere preparato allo stato di un mondo -il loro, il nostro e sempre meno secondi nel futuro- in cui la fine dell’Olocene e il crollo del fronte interiore sono talmente tanto eventi coincidenti da essere forse lo stesso evento. C’è una storia su come gli umani siano sopravvissuti all’evento di Toba ed è la storia di un salto evolutivo culturale, non genetico, ad altra velocità, quella accelerata della catastrofe. Come Jane Done, Will Bear e poi Cammie sono personaggi le cui menti tendono, sono, in qualche modo adattate. Non senza danni, sacrifici, mostri ed errori ma le paure ballardiane sembrano in questo e questi romanzi placate. Non ancora, non del tutto ma l’attrazione di chi scrive verso la forma, impossibile da cogliere, dell’umano che si adatta è immensa, vero altro drive della scrittura creativa.

Un giovane uomo è gentile con il suo prigioniero mentre attraversa l’America. Alla fine del cammino c’è un sogno e un inganno: un superamento è percepito ma intanto la salvezza è un immaginario derivativo, tribale, temporaneo. Un altro è a margine, lontano, non di questa generazione. Intanto.

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