Salient Spring

Il passaggio dall’Antropocene fantasma (invisibile come il grisou) all’Antropocene manifesto (esplosivo come uno schiaffo divino) è stato un attimo. Il merito di questa presa di coscienza non è da ascrivere né ai professionisti del Grand Tour antropocenico, con i loro mémoir patinati su global warming e sesta estinzione, né al metadiscorso (eco)critico, capace però di dissodare il terreno, né ai volumi di Environmental Humanities, ancora lontani dall’ispirare l’immaginario collettivo. Il merito va invece a scrittrici e scrittori di romanzi, soprattutto anglofoni e francofoni, che da tre lustri, all’ombra di profeti mostruosi come Cormac McCarthy (apocalisse) e Don DeLillo (catastrofe), usando il loro bouquet di nervi e la loro ipersensibilità a tratti paranoica, hanno esplorato l’arrivo e le ansie della Nuova Era Oscura (alcuni sono illustrati qui). Il merito non va invece agli scrittori italiani che, non a caso, hanno avvistato eppure poco capito o poco meditato i cinque libri nostrani capaci di intercettare il nuovo turn: Sirene (2007) di Laura Pugno, Anna (2015) di Niccolò Ammaniti, Qualcosa là fuori (2016) di Bruno Arpaia, Storie della Grande Estinzione (2020) del collettivo TINA e Apriti, mare! (2021) di Laura Pariani. Per questo, Racconti del pianeta Terra a cura di Niccolò Scaffai arriva in un momento molto preciso (e astenico) della storia letteraria del Bel Paese, per registrare un riflesso midollare (molto lento e asimmetrico qui da noi) nella storia globale delle idee.

Il volume è un’antologia di “venti racconti perfetti, limpidi, coraggiosi, per tratteggiare nella sua complessità la narrazione – e il sentimento – della crisi ecologica”, dice la quarta di copertina. Il tema dominante del libro è però l’Antropocene e, un po’ alla volta, grazie all’introduzione generale e a quelle di ciascuna sezione, il lettore impara a capire (ma mai abbastanza) che “crisi ecologica” non è “Antropocene”. Inutile ripetere che il secondo è un all inclusive, è un metaconcetto, e proprio per questo “sembrano un po’ fuori fuoco le critiche nei confronti del termine e le proposte alternative” (p. IX). La topografia del libro va invece osservata elencando i nomi in successione, come da indice: Leopardi, Wells, London; Levi, Sjöberg, Coetzee, Ortese, Safran Foer, Rigoni Stern, Sebald, Volodine; Amis, Le Guin, Proulx, Ballard, Zanotti; Ghosh, Smith, Atwood, Franzen. Questi i luoghi, poi le macroregioni: Futuri anteriori; Gli animali ci riguardano; Il senso della fine; L’inaudito in primo piano. Tra cardo e decumano, il castrum allestito da Scaffai intercetta fasce tematiche che dicono la complessità dell’evento-Antropocene: i cervelli precursori e la preparazione intellettuale del nuovo paradigma, l’alterità animale e la messa in discussione della centralità umana, la narrazione distopica come esercizio di scenari e pratica di esorcismo, il ruolo della letteratura nella nuova crisi sistemica.

A cosa serve dunque un’antologia? Certamente è un modo per segnare il passo, per avvertire una fascia di intellettuali in ritardo che c’è un upgrade nella discussione. Ci sono altre ragioni, però, come raccogliere esempi per “rinnovare i modelli di scrittura narrativa” e “tornare a riflettere sulla funzione e le risorse del racconto” in modo da “recepire la crisi ecologica senza declinarla solo in chiave fantascientifica” (p. VIII). L’Antropocene (culturale) è essenzialmente un problema narratologico: percezione, rappresentazione, invenzione, azione, strategia. In questa primavera chiacchierona in cui pandemie e guerre sono terreni narrativi così paludosi da fare impantanare tanto gli stupidi quanto gli intelligenti, nello stagno dell’eterno presente digitale dove crollo delle genealogie di pensiero e pillage culturale stanno portando a scadimento la discussione, l’antologia curata da Scaffai è un gesto saliente. Sarà interessante vedere come viaggerà, come intercetterà il discorso politico, come saprà parlare agli scrittori italiani, come stimolerà paradigmi e sniderà parole-chiave. Per impedire che i libri siano insetti effimeri o trouvaille editoriali ci vuole molta energia umana, ci vuole una piattaforma culturale, ci vuole una comunità d’intenti. Soprattutto ci vuole consapevolezza del fatto che non è mai solo questione di libri e letteratura: “cosa faremmo se ci accorgessimo che una montagna di ghiaccio alla deriva sta per travolgerci?” (p. XXIII). Esatto. Che cosa stiamo facendo?

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