Dispacci dall’Antropocene #1-13

Cosa e come scrivono scrittrici e scrittori in questa nuova epoca di collassi? Che cosa fanno artisti, musicisti, disegnatori? Quali sono i temi e gli argomenti che esplorano in prima linea? Dispacci dall’Antropocene è una rubrica che raccoglie, analizza e discute i frammenti meno visibili di un mondo in mutazione: umani, animali, terre che compongono un nuovo immaginario e che cominciano a fare luce su macerie e sogni futuri.

[Raccogliamo qui i primi 12 Dispacci apparsi su Satisfiction dall’autunno 2021 più 1 inedito]

* * *

Dispaccio #1

I libri hanno bisogno di etichette per essere venduti. Le etichette sono buone ma non bastano e i libri purtroppo, o per fortuna, non vendono. Poi arrivano libri che vendono o viaggiano davvero e le etichette si staccano dal testo come la pelle di un serpente e, sotto la pelle, a volte, c’è un oggetto alieno. Quando questo accade è come incontrare un canarino da miniera, quelli che prima di macchinari sensibili servivano a rilevare il grisou, un gas inodore ma esplosivo come l’inferno. L’Antropocene è questo: una sostanza insidiosa venuta dal futuro, che sta per uccidere ma che sfugge alla nostra percezione, un predatore di guerra che possiamo avvistare solo per tracce e indizi. Certi libri, allora, sono proprio queste tracce, come L’hotel di cristallo di Emily St. John Mandel. Un thriller? Un romanzo sull’avidità e sul senso della vita? Più esattamente un romanzo dell’Antropocene. Perché l’Antropocene non è solo distopia o eco-fantascienza aggiornata un po’ in fretta sul climate change, ma è il contenitore di tutti i tentativi affannosi di intercettare una nuova ansia di specie, uno sgomento paralizzante di fronte al Collasso, quello con la maiuscola. Noi non siamo i protagonisti del romanzo, Vincent e Alkaitis, ma Vincent e Alkaitis sono già noi tra qualche anno, o tra qualche ora. E L’hotel di cristallo, raccontando di un collasso sociale e individuale multiplo, attraverso una catena di immagini quotidiane del fallimento racconta il Grande Fallimento che ci attende, quello dell’Occidente neoliberista, un vecchio edificio luccicante pieno di fessure in cui striscia letale il grisou. Ora, il canarino da miniera sta piegando la testa nei romanzi di alcuni scrittori, in alcuni film, nelle serie TV, in arte, nel teatro, nella musica, nei fumetti, un po’ ovunque. Così ecco i Dispacci dall’Antropocene: una raccolta di reperti anomali per raccontare la nascita di un immaginario, i frammenti di una mappa in fiamme, una via che si apre.

Dispaccio #2

Hydrofracking: 1. “sfruttamento della pressione di un fluido, in genere acqua, per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso nel sottosuolo” (Wikipedia); 2. lo spazio interiore dei personaggi di un libro (Lady Chevy di John Woods) che si agitano in un mondo sotterraneo, pieno di rotture imminenti; 3. una metafora geologica per intercettare con penna spietata il collasso di un’epoca, la nostra, dove la dipendenza dagli idrocarburi è una sentenza di condanna a morte (e non si può non pensare a Cyclonopedia di Reza Negarestani). Intanto Amy ha il culo grosso come il bagagliaio di una Chevrolet, i compagni la chiamano Lady Chevy, e anche lei come il resto del pianeta è condannata a un futuro zero, in una cittadina dell’Ohio che è la somma di innumerevoli zeri. Donald Trump non è ancora arrivato ma tutto è già quel dopo che il suo arrivo rumoroso ha spalancato, e che potrebbe finire al solito modo: “Il cadavere esala vapore nel freddo. Un’altra creatura se lo mangerà”. John Woods però ha un progetto, che non è scivolare nella debole distopia da cliché, non arriva al lettore dopo una decina di ore scarse passate su Dark o The Walking Dead. La sua idea è più atroce: vedere nell’adesso-qui della provincia americana, cioè nella provincia-Mondo, i resti di un mito di tenebra, una cosmologia notturna che non è chiaro se provenga da un passato ancestrale o da un futuro imminente. L’Antropocene, tra le altre cose, è appunto l’era di mezzo in cui il mito, qualunque cosa esso sia, riemerge dalle fratture del tempo come acqua sporca di petrolio. Ma negli strati profondi, è così che si racconta, ci sono demoni e mostri annidati che se ne infischiano dei nostri esorcismi di progresso e consolazione. Le finzioni a un certo punto crollano, crollano sempre, e no, Amy, non te ne andrai di qui, nessuna laurea in veterinaria, nessuna vita emancipata dal passato, dovrai provare a sopravvivere sul lato in ombra. E noi? In quale Ohio abitiamo?

Dispaccio #3

Un libro può essere letto in molti modi, ad esempio per cercare risposte ad alcuni perché, ma c’è poco da fare se il Reale bussa alla porta e nessuno, nel libro, va ad aprirla. Non si tratta di realismo contro letteratura fantastica, ma di Escapismo, come quando una casa del quartiere sta bruciando e i vicini preferiscono tirare le tende e sedersi sul divano davanti a un buon film. Escapismo ed Estinzione sono facce della stessa medaglia, l’Estinzione genera Escapismo, l’Escapismo nega l’Estinzione. Il guardiano notturno di Louise Erdrich, premio Pulitzer 2021, è un libro sull’Estinzione, quella delle First Nations americane, e un antidoto contro l’Escapismo, quello del mondo contemporaneo di fronte al Reale che sta bussando. La storia è ricca, complicata, piena di personaggi, luoghi e mondi interiori tagliati nelle pietre dure di una scrittura epica, ma il messaggio è la risposta concretissima a una domanda epocale: come ci si salva dall’estinzione? Le strategie dei Nativi americani sono articolate, disperate, dalla battaglia legale alla magia, dalla rilettura geografica del mondo alla resistenza culturale minoritaria. Ma resistere, negli anni Cinquanta del Novecento come negli anni Venti del “secolo antropocenico”, è questione di visione, e in questo senso il libro di Erdrich traghetta nell’Occidente egemone una disposizione alle visioni degli altri. Da un lato ci sono i medaglioni dei grandi filosofi e pensatori europei, dall’altro i frammenti vegetali e minerali della cosmopoiesi chippewa, da un lato c’è una metropoli intellettuale centrata sul progresso e sull’etica del fallimento, dall’altro un’Indian Reservation mentale che, anche se vince qualche battaglia sociale, perde la guerra spirituale dei tempi. In che modo allora le culture native possono insegnarci a resistere diversamente, a contrastare la grande estinzione cognitiva che ci attende? Il guardiano notturno, che racconta come Patrick Gourneau lottò e fece arenare la proposta di legge che voleva abrogare i trattati bilaterali con le First Nations, affida la scommessa sul futuro a molte immagini misteriose. Una di queste è il cavallo Picasso, “uno spettacolare pezzato bianco e marrone con una mappa del Nord America che si allargava sul dorso e sul garrese”. Una geografia immaginaria? Un animale-guida tra mondi diversi? Piuttosto, un progetto di lettura della realtà che comincia dalla periferia del mondo, dai vinti che non vogliono perdere.

Dispaccio #4

L’Antropocene è questione di Tempo, nel senso che al centro di tutto, del leggere, dello scrivere, del riflettere, dell’immaginare c’è il paradosso del Tempo: non è lo spazio terrestre che si sta fessurando o sbriciolando sotto l’attacco delle azioni distruttive umane, è il Tempo che sta cambiando regime, mettendoci di fronte a un vicolo cieco così palese da essere già invisibile. Lineare o circolare, fisico o psicologico, poco importa, il Tempo si è inceppato, e solo chi sa sbloccarlo ha qualcosa da dire sul presente. Un libro che lo fa è Pericoli di un viaggio nel tempo (2018) di Joyce Carol Oates. Adriane è una giovane dissidente che viene bandita dalla società moderna del 2039 e viene inviata nel 1959 per seguire un programma di rieducazione. Potrà innamorarsi, esplorerà il passato, ma soprattutto potrà riflettere da vicino e da lontano sul senso ambiguo del presente, riconoscendo gli spettri che lo abitano ben al di sotto del collasso sociale. I pericoli, nell’inglese è hazards, non sono quei dispositivi del paradosso temporale che la letteratura fantascientifica ha sperimentato già dall’Ottocento, cioè dei moltiplicatori di prospettiva per compiere un’esplorazione narrativa, filosofica, politica. Scrivere da adesso in poi di viaggi nel tempo, adesso che siamo nell’Antropocene, è qualcosa di completamente diverso, perché significa chiamare il lettore, le persone, l’umanità a riflettere su più urgenti possibilità dell’immaginario. Il romanzo di Oates, dietro fabula e intreccio che soddisfano il più puro intrattenimento letterario, sdogana un paradigma essenziale: il Tempo è un’aggressione per se. Che cosa significa? Forse che non si può aspettare il futuro per contenere il disastro, forse che il passato offre svariati modelli ma nessuna soluzione, forse significa che solo il presente ha in sé le chiavi, perché le chiavi le tengono proprio gli spettri che vogliono far inceppare la macchina. Bisogna allora saper viaggiare nel tempo per cogliere il momento in cui gli spettri stanno per trasformarsi in demoni, quando sono ancora progetti azzardati o vaghe idee di minaccia, quando non sono altro che segni da riconoscere e mostrare, nonostante la cecità collettiva. E solo se saprà essere una letteratura del Tempo la letteratura-consolazione diventerà quello che serve, cioè letteratura-azione. In caso contrario saremo semplici esiliati nel tempo, condannati a un mondo virtuale, “una credulità che si basa sul vostro – sul nostro – senso di colpa e di inadeguatezza”.

Dispaccio #5

Quando si dice che la Fine bacia le Origini, l’Apocalisse feconda la Genesi, il Dopo è anticipazione del Prima, non si sta parlando di semplice “circolarità” del Tempo ma di rinascita del Mito, che come un revenant, come un (non) morto, riappare nascondendosi nel presente. Questa apparizione oscura avviene sempre nello scontro tra ragione e magia, e il Mito, per sua natura inattingibile ma visibile, supera e si lascia indietro entrambe, perché il suo slancio è cosmogonico, non si accontenta di dire o di difendere una verità, ma vuole rifare il mondo. Le dialettiche realismo/fantastico, razionale/irrazionale, scienza/superstizione sono sempre delle trappole, utili per fare polemica o pensiero al ribasso. Il compito della buona scrittura, invece, quella che vuole intercettare l’adesso-qui dell’Antropocene, è fare mitopoiesi, cioè farsi carico di una reinvenzione del mondo, partendo da ingredienti semplici come un bicchiere di latte, un frammento di legno o di ferro, una torbiera, uno scheletro, un corpo nudo. In questo senso l’opera di Antoine Volodine è un’enciclopedia di miti possibili e Streghe fraterne (2019) è una specie di ars poetica per lo scrittore antropocenico. Libro composito, frammentario, buio, racconta la storia a più strati di attrici-girovaghe-streghe in una specie di Altaj post-apocalittico. Una storia di corpi estenuati, spinti all’annientamento sessuale, e una storia in cui la Parola, il parlare, il declamare evocando, lo snocciolare litanie e incantamenti, sono l’unica risposta al farsi tenebra e vuoto. Un dire performativo, quello delle streghe, degli sciamani, di scrittrici e scrittori, che produce ciò che Claude Lévi-Strauss ha chiamato “efficacia simbolica”, cioè una guarigione dell’anima, a volte del corpo. Streghe fraterne non è un romanzo, è un’entrevoûte, quella che Anna D’Elia traduce con “intrarcana”, una specie di nodo cardanico tra due racconti, due voci, un nesso che lega alcuni intimi in un cerchio misterico che è assieme meta ed esilio. Non si potrebbe fare torto maggiore a Volodine chiamandolo “sciamano della letteratura francese”, trovata editoriale e formuletta da critica minore. Tuttavia Volodine, nel suo spell/speach di sopravvivenza, ci dà una dritta fondamentale per attraversare il Grande Collasso: solo chi dice si salva.  

Dispaccio #6

Preistoria futura, Pleistocene attuale, passato imminente, domani ancestrale, archeologia del dopo, Paleofuturo… Il cortocircuito tra evoluzione e de-evoluzione è uno scenario distopico che dall’Ottocento in poi non ha smesso di generare banalità: manipolare allegorie temporali è un’arte sottile, per lo più incompresa, come dimostra l’insofferenza astiosa di molti cervelli pigri di fronte alle cronoarchitetture di Christopher Nolan. In questo senso la preistoria come gravidanza di mutazioni a venire è un abisso che solo un Werner Herzog poteva cristallizzare in un’icona narrativa, accostando gli animali dipinti nella grotta paleolitica di Chauvet ai coccodrilli albini di una serra tropicale riscaldata dalle acque di raffreddamento di una centrale atomica. Non è per caso, allora, se per trovare un titolo italiano in grado di muoversi con disinvoltura tra Preistoria e Antropocene si debba andare a stanarlo al di fuori della bolla scrittoria del business as usual (quella di una palude generazionale che vive ancora negli anni Ottanta e Novanta). Il mondo sta cambiando, invece, e il cambiamento avrà come protagonisti coloro che tra venti o trent’anni avranno tra i dieci e i quindici anni. È per loro (per questa fascia di età) che bisognerebbe scrivere oggi, ed è ciò che accade con L’ultimo cacciatore (2021) di Davide Morosinotto, un libro che intercetta diverse parole-chiave che ci guidano (o dovrebbero guidarci) in questo passaggio d’epoca: sopravvivenza, estinzione, iniziazione, mutuo appoggio, perdita, rinuncia, trauma, nomadismo, sacrificio, nostalgia, resistenza. Il gruppo di ragazze e ragazzi della storia è certamente l’immagine a rovescio, sulla freccia del tempo, di un’umanità futura che, nel collasso climatico per l’arrivo dei nuovi caldi, dovrà allestire un immaginario alternativo per non soccombere (piante, animali, paesaggi, umani-guida, oggetti) ma anche, e forse soprattutto, che sta trovando una fiducia nuova nel corpo come estrema, nuda risorsa mentre tutto crolla e va via. Così, in questo duro, inesorabile abbandono, il ragazzo che racconta la storia comprende il proprio esserci, un esserci qui e adesso, che lo fa sentire leggero, “Perché ero vivo, e potevo vedere quella meraviglia che stava sopra di me, e mi riempiva, e c’era il profumo del mare, il rumore delle onde, la notte, il fuoco, la pace. Io”. Un io diffuso, un corpo fluido, un futuro possibile.

Dispaccio #7

Annientare di Michel Houellebecq è un bugiardino di 450 pagine che prescrive al borghese europeo la posologia della fine dell’Occidente: come assumerla, in quali momenti del giorno, con chi, elencando le avvertenze e gli effetti collaterali. Una fine lentissima, certo, come molti intellettuali si affannano a farci sapere, in bilico tra scetticismo e accelerazionismo, indecisi tra automatismi generazionali e dissidenza della domenica. Una fine che non smette mai di finire, come tutte le apocalissi calme, come un suicidio che dura decenni. Allora perché perdere tempo a leggersi l’ultimo Houellebecq se non è altro che la sua monumentale, estenuante, estrema clonazione? Che cosa ci dice di nuovo, di diverso, di utile sul nostro adesso-qui che ci angoscia e al tempo stesso ci addormenta? Assolutamente nulla. Perché il punto è un altro. Il punto non è nemmeno la proiezione in una Francia futura, l’esercizio di scenari, la forma del thriller del disincanto, o l’ennui che si propaga con eziologia pandemica. Il punto è che nel libro c’è un easter egg, cioè questo: “What the fuck with the fucking doves?”. Che senso ha l’ultimo volo delle colombe nei versi di Apollinaire? Ormai letteralmente più nessuno: il simbolismo è diventato inintelligibile, il sistema simbolico dell’Occidente è collassato, l’arbitrarietà del segno è diventata nebbia del significante. Paul per Prudence “poteva essere contemporaneamente suo figlio, suo padre e il suo amante, Il simbolismo messo in gioco le era perfettamente indifferente”. Per cui il sesso è nebbia. La malattia è nebbia. L’apparato sociale è nebbia. Le relazioni umane sono nebbia. L’epistemologia è nebbia. La vita è nebbia. Restano solo corpi senza organi, l’annientare programmatico del libro è proprio questo: non la nuda vita del filosofo, ma il cadavere senza scopo. Dopo Cormac McCarthy, e sul lato opposto di un ipotetico spettro antropologico, Michel Houellebeq è il più grande scrittore vivente, il che significa tre cose: parla al presente, parla al futuro, lo fa benissimo.

Dispaccio #8

«Quali sono gli ingredienti del Romanzo dell’Antropocene? Che differenza c’è tra Romanzo dell’Antropocene e Romanzo nell’Antropocene? Ma soprattutto, il Romanzo dell’Antropocene esiste davvero?». In queste domande, ormai fuori tempo massimo, superate dai fatti, si può riconoscere tutta la “grande cecità” degli scrittori contemporanei, la miopia di una critica che ama epitomi e longform esaustivi, la stanchezza di un’epoca incapace di leggersi nel presente mentre accade. William Butler Yeats, parlando di William Blake, diceva che alcune persone amano così tanto il futuro da restare impigliati nella sua chioma, da rimanere nascosti al proprio tempo. Oggi non ci sono né Yeats né Blake e il futuro è una parola sfortunata, ma chi nel playground della cultura letteraria non vede, non sente e non parla è solo un ennesimo Adulto del Diluvio, un residuo di escapismo e negazione normalizzante, un eterno aperitivo alle sette e mezza di sera. Di questo, e solo di questo parla I figli del diluvio (2020) di Lydia Millet, un romanzo che racconta l’incepparsi della trasmissione generazionale, l’incapacità di vedere sul serio le proprie figlie e i propri figli per il troppo guardarsi nel riflesso di uno specchio anticato, il sostanziale disprezzo iconoclasta di ragazze e ragazzi per chi ha preparato l’Arca e l’ha riempita di cose inutili, come LP nostalgici, bottiglie di buon vino, tappeti, imbarazzanti souvenir del vecchio mondo. L’Arca di Millet, una casa di ricchi scampati alle risacche del collasso ma portatrice di coppie sterili, non è né una metafora del futuro imminente né una stupida distopia dei giovani contro i vecchi, ma è la messa in romanzo dello status quo, è il 2020 americano, europeo, italiano, con la sua incapacità di mollare le priorità di quarantenni e cinquantenni onanisti per concentrarsi su bambini e adolescenti ormai ai bordi della wilderness: «Rafe si divertiva a incendiare cose ma si era limitato alla serra: una pila di bastoni da hockey e mazze da croquet. Ogni tanto bruciava della roba in una radura nel bosco – aveva immolato uno gnomo da giardino. La plastica bruciata aveva prodotto un fumo denso e una puzza disgustosa. Uno dei genitori aveva notato il fumo che saliva sopra un filare di pini ma era rimasto in veranda a godersi un Martini dry». Deridiamo, destrutturiamo, desemantizziamo Greta Thunberg, intanto una Greta Oscura è già pronta nell’Arca-Titanic. Perché, mentre qualcuno scrive romanzi sul climate change sentendosi molto antropocenico, stiamo di fatto rinunciando a formare bambine e bambini alla prossima Resistenza.

Dispaccio #9

Wilderness, Rewilding & Wrongness in the woods. Lo scioglilingua serve a ricordare tre paradigmi per chi vuol leggere, scrivere e lottare nei prossimi anni. Nella brodaglia della transizione green (quella nebbia cognitiva che invoca demoni chiamati Decrescita, Sostenibilità, Capitalismo ecologico, Ecofuturo) la verità sta da una parte sola: fuori. Nel Grande Fuori, dove si muore, dove i luoghi mordono come lupi, dove la cosiddetta Natura non è né madre né matrigna ma potenza aliena, incomprensibile, là fuori, nel Selvatico, c’è poco spazio per giocare con le parole e col destino della specie, bisogna prepararsi. Per la Wilderness ci sono Gary Snyder e Barry Lopez, sul Rewilding c’è George Monbiot, per la Wrongness in the woods bisogna leggere un romanzo, Ruthie Fear (2021) di Maxim Loskutoff. Non dobbiamo lasciarci distrarre: sì è la storia di una ragazzina che fatica a vivere in un mondo di uomini, sì sono i grandi spazi americani attaccati dalla speculazione neoliberista, sì ci sono i Nativi e i Redneck marginalizzati, ma il senso del libro è un altro, è la visione. Ruthie vede cose. In uno stormo d’oche in migrazione vede «una creatura che planava di mondo in mondo su correnti gravitazionali e in volo tra uno e l’altro, lentamente, era morta, spogliata della carne dalla potenza di mille soli». Un’altra volta, nel No-Medicine Canyon, un luogo di «ventimila anni di spiriti», vede «un essere piumato, che si diresse al torrente avanzando su due lunghe zampe allampanate con l’articolazione al contrario, come gli uccelli», ma il mostro è senza testa, è uno xenomorfo, una cosa sbagliata che non ha posto nelle coordinate terrestri. Allora Ruthie corre dal padre e glielo racconta, ma Rutherford chiude il sipario: «Quella cretina della tua maestra non te l’ha insegnato cos’è l’immaginazione? A sei anni non lo sai mica cos’è che vedi». Invece Ruthie ha visto il Futuro, il Mostro-Antropocene che si porta via luoghi e persone, che mette in soffitta le riflessioni filosofiche sulla Wilderness, che ride della poesia romantica del Rewilding, che fa della Wrongness la norma dei tempi. Loskutoff lo dice in modo strano, tra automatismo verbale, prevedibile, a volte sciatto, e visibilità spietata alla McCarthy, potente, indimenticabile. E il punto è tutto qui: chi oggi, leggendo, scrivendo, lottando, possiede davvero la visione? Chi, sui collassi del mondo, plana dall’alto come un’aquila di mare?

Dispaccio # 10

Chi può de-estinguere il rinoceronte bianco, il lupo del Giappone, il dodo, il tilacino? Chi può far rivivere la magafauna infragilita da un antico surriscaldamento globale e poi cancellata dall’uomo? Forse solo gli scrittori, come ci suggeriscono Gli animali che amiamo di Antoine Volodine. Ma prima di pensare a una qualche clonazione fantastica nel laboratorio delle parole, bisognerebbe imparare a fare lutto, a piangere sul latte versato, perché inutile non è. L’Isola delle ombre (2021) di Davide Calì e Claudia Palmarucci è una storia che raccoglie sogni, fantasmi e tilacini, e che riusa l’Isola dei Morti di Böcklin per collocare in un altrove simbolico gli spiriti degli animali estinti. Basta guardare agli ultimi anni di riflessione culturale su collasso e senso della fine per rendersi conto che onirismo, animalità, spettralità, estinzione e perturbanti isole simboliche (la Krev di La metà di bosco di Laura Pugno, Helgoland di Carlo Rovelli) sono ingredienti ormai irrinunciabili del minestrone antropocenico. Nell’albo di Calì e Palmarucci ci sono però due voci che non si mescolano mai. Da un lato un testo che esprime l’ansia del presente attraverso un mucchio di detriti narrativi, con una voce fuori campo che parla a tutti e a nessuno. Dall’altro ci sono immagini che quell’ansia tentano di lenirla, con una bellezza visuale che non è seduzione estetica ma massaggio del colore e delle forme sulle ferite animali. Ora, se mai abbiamo lasciato in piedi un ponte intergenerazionale, scrivere per bambine, bambini e genitori nell’Antropocene è più complesso che scrivere romanzi. Montare iconotesti efficaci, dove parola e immagine siano davvero il piede sinistro e il piede destro di un unico corpo in movimento, è invece quasi impossibile. Forse ci sono riusciti Amitav Ghosh e Salman Toor con Jungle Nama (2021), una ballata antropocenica che ha aperto nuove possibilità alla poesia del collasso, ma certamente mancano ancora libri illustrati che mostrino ai più giovani l’abisso dell’irreparabile. Con L’isola delle ombre non si piange, non si cerca, non si spera, ma si entra grazie alle immagini in una sospensione onirica che attenua gli antropomorfismi narrativi e che propizia l’essenziale, cioè l’incontro con gli spettri. Immaginiamo allora di mostrare queste pagine a una persona troppo giovane per leggere, dicendo solo che moltissimi animali non ci saranno mai più: quale sarà, a partire dai disegni, la storia immaginata da un cervello così diverso da quello adulto? Che cosa potrebbe insegnarci di potente sul non-ritorno? Intanto dobbiamo metterci al lavoro.

Dispaccio #11

Fantasy, (New) Weird, Grimdark, Horror, Solarpunk, Theory Fiction, Neoanimismo, Antropofiction sono solo alcune delle molte strategie narrative con cui la nuova era antropocenica sta prendendo coscienza di sé. Ma sono anche trappole fatali, come tutte le etichette che da un lato aiutano a cartografare le terrae incognitae, dall’altro offrono ai gestori del canone un’arma grossolana per esiliare i dissidenti nella letteratura di genere. Il primato da vetrina del romanzo neoliberista, per quanto ricucinato in salse vagamente esotiche, non deve farci credere che il business as usual continuerà per sempre. Anzi, i silenzi si fanno sempre più rumorosi e la grande bonaccia delle Antille generata da premi, scuole, agenzie e concorsi letterari dello Strapaese cova anche tempeste e inquietantissimi giganti marini. Il silenzio forse più rumoroso di questi ultimi tempi è la mancata traduzione in italiano di Dead Astronauts (2019) di Jeff VanderMeer. Probabilmente è sbagliato fare dietrologie e analisi complottiste, basta constatare che uno degli autori più imprendibili, più studiati, meno addomesticabili della nuova letteratura mondiale è scomparso da ogni cellula di discussione italiana, anche da quella psichedelica che avrebbe potuto appropriarsene con voluttà. Probabilmente il problema non viene dal fatto che Dead Astronauts è per la fiction il gemello diverso di Cyclonopedia di Reza Negarestani, cioè un manuale di narratologia antropocenica che anticipa e prepara i prossimi dieci anni di riflessioni sulla complessità. Probabilmente, per un pubblico che non ne può più di baite e arancine ma che non è molto abituato a ciò che lievita fuori dal mercato egemone, VanderMeer è davvero troppo, con i suoi mostri fuori scala, le interferenze nel pluriverso, l’evocazione di persone non-umane dai contorni tassonomici e ontologici incerti, l’idea rizomatica dello spazio-tempo, l’ironia fantastica e un senso del fiabesco completamente nuovo. Probabilmente Dead Astronauts era così inclassificabile da diventare scivoloso, e forse pericoloso, per un establishment letterario che non ha ancora deciso se vendere o se evadere. Probabilmente, in un mondo di narrative lineari che non impegnano troppo, un romanzo costruito a stringhe temporali e flash gestaltici poteva essere solo frainteso. Probabilmente. Probabilmente, però, il libro di cui avevamo bisogno (bello o brutto, comprensibile o incomprensibile, vendibile o invendibile) è già arrivato, come una pallottola invertita in Tenet di Christopher Nolan. Non importa se non l’abbiamo vista o se non l’abbiamo voluta vedere. Non possiamo schivarla. E infatti sta già devastando il pollaio della nonna come una mitica volpe blu

Dispaccio #12

Ogni persona che si è guardata almeno una volta nel suo specchio interiore si è chiesta se, vivendo questa vita, sia riuscita a fare qualcosa per lasciare un segno, per incidere almeno un po’ nel grande effimero dell’esistenza. “Sono solo un tubo digerente, un consumatore di ossigeno, un divoratore di biomassa, oppure qualcosa di me resterà qui in giro al di là di me? Che cosa ho fatto, insomma, per migliorare questo mondo?”. Spesso, quasi sempre, in un senso di urgenza che sa di fuga, distogliamo lo sguardo da quello specchio e ordiniamo il secondo spritz, soprattutto se le cronache globali parlano di guerra, cambiamento climatico e sistemi al collasso. Claire North, ne Le prime quindici vite di Harry August (2014), costruisce una macchina narrativa potenziale per capire che cosa succederebbe se ci fosse concessa una seconda, una terza, una quarta, una quindicesima occasione, potendo rinascere e riprovarci, potendo ricordare tutto e cercare una via di salvezza individuale e collettiva, come in Edge of Tomorrow di Doug Liman. Se il XX è stato il secolo dell’esplorazione dello spazio, in tutte le sue varianti, fino a una forma prevedibile di esaurimento, il XXI è già il secolo dell’ossessione del tempo, con tutti i paradossi vertiginosi che la Fine sta impiantando nel nostro immaginario. Ma il romanzo di Claire North non resta intrappolato nel discorso ciclico e nello sconforto da ripetizione. Il movimento delle molte vite di Harry August è asintotico, è un avvicinamento progressivo dell’irraggiungibile che reimposta l’idea stessa di tempo: «Il mondo sta per finire, come deve essere, da sempre. Ma la fine sta accelerando». Se la paura della fine è una costante antropologica, l’Antropocene è questa vecchia paura abitata a livello di specie da una nuova angoscia della fretta. Come Harry August, Homo sapiens ci prova all’infinito, ma l’infinito si è spezzato, c’è un Avversario che sta alterando il corso geologico, biologico e tecnologico della storia. Nel romanzo si chiama Vincent, nel mondo reale, se così si può dire, ha molti nomi: Colonialismo, Capitalismo, Neoliberismo, Irrazionalismo, Suprematismo, ma anche qualcosa di più insondabile, come la Schadenfreude o la Volontà di Morte. Primo Levi chiamava questo Avversario “violenza inutile”, Hannah Arendt “banalità del male”, Michel Houellebecq “annientamento”. E noi come dobbiamo chiamarlo nel Secolo Brevissimo? Quale volto visibile possiamo dargli per resistere e reagire? Mai come ora, per rispondere, c’è bisogno di chi, scrivendo fiction, sta cercando il punto di origine del nostro attuale paradosso. Tutto il resto è intrattenimento.

Dispaccio #13

Prima di comprare nuovi libri, anziché assecondare il tritacarne bulimico che fa uscire un titolo e lo maciulla dopo tre giorni, bisognerebbe rileggere. Nella furia di inseguire il nuovissimo non solo si deraglia nel all you can eat librario, ma si perdono messaggi che, detti una volta con chiarezza, non andrebbero più ripetuti in maniera confusa. Così, invece di far tesoro di una lezione, la azzeriamo, invece di andare al rilancio ci condanniamo alla palude indistinta. Il tempo è un problema anche per questo: perderlo, rimescolarlo, ignorarlo è sintomo di collasso cognitivo. Chi viene prima non esiste, i debiti culturali sono estinti, la cronaca cancella la cronologia. Nell’Era della Fine Veloce ci avviciniamo ai libri con una fretta complice, mentre dovremmo vederli come cervi dalle orecchie sensibili e dai sentieri lunghi chilometri e millenni. Se guardassimo la letteratura come una foresta abitata da selvaggina, come una grande mappa di terre mai cartografate, con qualche pista segnata in rosso che porta lontano dall’ovvio, con le rare zone di densità in cui animali e uomini a volte si incrociano, riconosceremmo i libri in mezzo a tanta carta che assomiglia ai libri. Come nella novella in immagini di Alberto Vázquez, La caccia (2020), potremmo conoscere il cervo diventando il cervo, attraversando lunghi tempi e larghi spazi, perdendoci con lentezza in un apprendistato minuzioso e immersivo. Invece finiamo immancabilmente nella metropoli dei morti-viventi, prigionieri della nostra testa e degli schemi culturali più triti. Stiamo uscendo forse da una pandemia. Alimentati anche dalla nostra incapacità di gestire mentalmente un virus, ci sono venti di guerra che hanno iniziato a bruciarci la fronte. Eppure scambiamo le noccioline salate per il cuore palpitante del cervo. Il cuore non è il libro, ma quello che il libro vuole dire, e solo il romanzo dell’Antropocene intercetta sempre, lucidamente, questo cuore, nella sua declinazione attuale, quasi profetica. Rileggiamo allora Pandemia (2020) di Lawrence Wright (The End of October, iniziato nel 2017 e consegnato all’editore nell’estate 2019), che racconta tutto ciò che di lì a poco sarebbe accaduto con Covid-19 a livello pandemico, psicologico, politico, con una variante virale molto più cattiva e un Putin creatura del collasso che sfrutta il caos pandemico per regolare i conti con l’Occidente.  Rileggiamo Trump Sky Alfa di Mark Doten (2019) in cui misteriosi accelerazionisti-estinzionisti alimentano la follia di Trump fino a una guerra civile e poi nucleare. Rileggiamo Febbre di Ling Ma (2019), parabola narrativa della macchina del tardo capitalismo che si inceppa e provoca la sua stessa catastrofe portando tutto il resto con sé. Prima di comprare nuovi libri, rileggiamo.

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