Graeber Redivivus

Mai come in questo periodo storico ci si è resi conto della necessità di interrogare il futuro scavando nella grammatica profonda del nostro passato, un passato umano e animale, una grammatica cognitiva e simbolica. Psicologia evoluzionistica, coevoluzione geni-cultura, paletnologia e antropologia comparata, origini dell’immaginazione e neuroestetica, vicarianza, genetica delle migrazioni umane, Storytelling Animal, Landscape Mind Theory, sono solo alcune delle piste in cui un presente sotto attacco dal futuro cerca nel passato remoto, e in particolare nella preistoria sociale umana, uno specchio per leggersi e ripensarsi. Ricordiamo ad esempio l’esperimento transdisciplinare di The Kekulé Problem di Cormac McCarthy, che ha fornito motivo di riflessione a molti scrittori e filosofi.

Il 19 ottobre 2021, con la potenza di un terremoto, salutato come una rivoluzione da autori generalmente tiepidi o profondamente autorevoli come Nassim Taleb, Rebecca Solnit e Noam Chomsky, esce The Dawn of Everything. A New History of Humanity di David Graeber e David Wengrow, un antropologo anarchico e un archeologo comparativo specializzato in Neolitico e Medio Oriente, che hanno deciso di riscrivere in chiave archeopolitica la storia dell’umanità. In copertina rigida, il volume ha qualcosa di monumentale: 10 anni di scrittura in tandem, 3 tomi di cui questo è solo il primo (e purtroppo, per sempre, l’unico, vista la morte di Graeber appena tre settimane dopo la consegna del manoscritto), una sintesi fluida di 600 pagine su materiali e scritture che compongono un archivio sterminato, un sasso scagliato dai due David contro la fronte di un Golia storiografico con armatura e muscoli epistemologici forse troppo pesanti.

Diciamolo subito. Il tema centrale del libro, la preoccupazione militante, l’impianto metodologico si radicano in un terreno spinoso, quello della “possibilità politica”. Il luogo ormai classico della discussione è “Paleolitico vs Neolitico”, in particolare “l’antitesi tra Paleolitico ‘felice’ e Neolitico ‘problematico’, che dal best-seller [Jared Diamond, Armi, acciaio, malattie, 1997] in poi è diventato un modello socio-culturale abbastanza popolare, molto frainteso e troppo politicizzato. Da un lato ci sarebbe il cacciatore-raccoglitore paleolitico in armonia perfetta con il proprio ecosistema, organizzato in gruppi antiautoritari ed egualitari, consumatore responsabile, sano, tendenzialmente pacifico, dall’altro c’è l’agricoltore neolitico, razziatore di terre, bestiame e schiavi, gerarchico e maschilista, guerrafondaio e vulnerabile alle epidemie. Jared Diamond fa un discorso molto serio, documentato, complesso e attento alle sfumature ma, come spesso accade, la vulgata ha banalizzato e strumentalizzato il discorso. Discorso che, a mio parere, nonostante le critiche un po’ fuori tiro di David Graeber, regge molto bene da un punto di vista storico, scientifico e antropologico” (M. Meschiari, Geografie del collasso, 2021, pp. 71-72).

I prossimi mesi (molti mesi, perché c’è un tempo per articoli, recensioni e longform e c’è un tempo per lo studio) li dedicherò a giustificare a me stesso quel “un po’ fuori tiro” e quel “regge molto bene”, dal momento che sono certo che il libro di Graeber-Wengrow ha sviluppato in tre dimensioni l’articolo un po’ bidimensionale uscito nel 2018 (qui in italiano), l’unico riferimento che avevo fino a oggi per sollevare alcune perplessità sull’impianto metodologico dei due autori. Essenzialmente, mi sembrava di scorgere in esso una fallacia di questo tipo: la civiltà (neolitica) ha generato molte cose positive ma anche “tante brutte cose”, come ad esempio la disuguaglianza, percepita nel tempo come “tragica necessità”; questa “narrazione” tossica e fatalista impone un modello determinista che nega la possibilità di ogni azione politica alternativa; ergo, la narrazione è sbagliata e bisogna farne una nuova a partire da nuovi dati archeologici e antropologici. E qui Graeber e Wengrow facevano un po’ di confusione mettendo sullo stesso piano divulgatori di pregio come Jared Diamond, Francis Fukuyama e Ian Morris da una parte e almeno 50 anni di ricerca antropologica dall’altra, ad esempio Man the Hunter (1973) curato da Richard Lee e Irven De Vore, The Ecological Indian (1999) di Shepard Krech III, After the Ice (2003) di Steven Mithen o Inside the Neolithic Mind (2005) di David Lewis-Williams e David Pearce e, soprattutto, Marshall Sahlins, Stone Age Economics (1972), testi in parte citati nella bibliografia del nuovo volume.

La confusione è che sì, è vero, esiste la vulgata cacciatori-raccoglitori buoni e pacifici vs agricoltori cattivi e guerrafondai, ma è appunto una vulgata, mentre i ricercatori, gli accademici, gli antropologi di terreno hanno sempre saputo che le cose erano molto più sfumate, contraddittorie, ambigue, come ad esempio spiega in modo definitivo Shepard Krech III, che non appare tra gli autori citati nella ricchissima bibliografia ma che, in tempi non sospetti, aveva già criticato la narrazione rousseauiana del buon selvaggio e dello “stato di natura”, serpeggiante, ahimè va confessato, anche tra alcuni antropologi. Ma la difficoltà che mi aveva creato a suo tempo l’articolo, più che la premessa /preoccupazione politica di Graeber, premessa e preoccupazione che nello slancio militante sono in grado di “forzare” anche la ricerca più solida, era generata dai molti esempi archeologici ed etnologici usati a sostegno della nuova tesi. Faccio un esempio:

Nell’articolo del 2018, in un passaggio che discuteva le società del Paleolitico superiore, si leggeva: “Perché queste variazioni stagionali sono importanti? Perché rivelano che fin dall’inizio gli esseri umani hanno consapevolmente sperimentato diverse possibilità sociali. Secondo gli antropologi le società di questo tipo erano caratterizzate da una ‘doppia morfologia’. All’inizio del novecento Marcel Mauss osservò che gli inuit dell’Artico ‘e analogamente molte altre società hanno due strutture sociali, una d’estate e l’altra d’inverno, e due sistemi di legge e di religione paralleli’. Nei mesi estivi gli inuit si disperdevano in piccole bande patriarcali, ciascuna sotto l’autorità di un unico maschio anziano, alla ricerca di pesci d’acqua dolce, caribù e renne. La proprietà privata era chiaramente contrassegnata e i patriarchi esercitavano un potere coercitivo, a volte addirittura tirannico, sui loro familiari. Ma nei lunghi mesi invernali, quando foche e trichechi affollavano il litorale artico, subentrava un’altra struttura sociale e gli inuit si riunivano per costruire grandi case comuni di legno, ossa di balena e pietra. In queste case regnavano i princìpi dell’uguaglianza, dell’altruismo e della vita collettiva; la ricchezza veniva condivisa; mariti e mogli si scambiavano i partner sotto l’egida della dea Sedna”. Il pezzo è ripetuto quasi identico in The Dawn of Everything, a p. 107. Per sostenere la tesi dei “regni stagionali” gli autori si appoggiano qui all’etnografia comparata. Senonché nell’articolo avevano contestato proprio tale metodo. Discutendo infatti il modello comparativo adottato nel volume The Creation of Inequality (2012) di Kent Flannery e Joyce Marcus, criticando la proiezione di etnografie recenti e attuali per interpretare casi di studio paleolitici e neolitici, Graeber e Wengrow avevano scritto: “Anche se Flannery e Marcus offrono molti spunti interessanti su come potrebbero nascere le disuguaglianze nelle società umane, non ci danno molte ragioni per credere che le cose siano andate realmente così”. Da uno sguardo allenato alle letture antropologiche, bisogna dire però che il metodo comparativo criticato in Flannery e Marcus è lo stesso che Graeber e Wengrow, necessariamente, sembrano adottare per costruire la loro contro-narrazione. Stesso metodo, insomma, tranne usare a volte un’inversione di vettore: in alcuni casi la comparazione sembra voler stabilire delle affinità e si concentra sulle somiglianze, in altri mira a enfatizzare le differenze. In questo caso specifico, poi, non viene nemmeno usata un’etnografia diretta, ma un articolo di Mauss del 1903.

Ora, nei pezzi giornalistici che stanno sbocciando sulle più importanti testate e nelle letture a caldo di questo importantissimo volume, mi sembra di poter scorgere un desiderio sottopelle, quello di voler trovare e di aver trovato una nuova guida del tutto, per uscire dall’oscurità storica e sociale che ci avvolge. Rimbalza ormai l’idea che Graeber e Wengrow siano i novelli Keplero e Darwin del nostro tempo. Anche questo è un sintomo di smarrimento che forse sta lasciando perplessi antropologi e paletnologi che da almeno mezzo secolo stanno discutendo, sfumando, rovesciando la tesi del buon selvaggio paleolitico contro il cattivo agricoltore neolitico. Comunque la si voglia vedere, il problema epistemologico resta: modelli sì, prove certe mai, e questo vale anche per Graeber e Wengrow. Quello che dunque possiamo attenderci dallo studio di questo nuovo monumento intellettuale è appunto un modello, una visione, un diverso frame interpretativo. E personalmente credo che la sua forza non verrà vagliata sul piano della “verità”, della “plausibilità” e della “ragionevolezza” scientifiche, ma su quello dell’immaginabilità, sulla capacità che avrà di darci strumenti alternativi per districarci nel Grizzly Maze politico ed economico dell’Antropocene.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: