Lydia Millet, I figli del diluvio

Il vecchio mondo sta morendo, un gruppo di famiglie va in vacanza.

La villa

Nel corso degli anni i turisti avevano inciso sulle assi disegni rozzi, nomi e iniziali. Quelle iniziali potevano farmi perdere la calma in un baleno. Forse li avevano incisi i discendenti stessi dei baroni ladroni – i rampolli dei magnati dell’acciaio o del legno o delle ferrovie, che poi erano diventati ometti calvi e matrone dell’Upper East side con il triplo mento.

Molte famiglie, alcuni single, tutti insieme in un’antica magione certamente altro alle forme di housing nella vita contemporanea, abitazione non fragile, di altri tempi quasi dimenticati -da tutti tranne che dalla voce narrante-, di un’epoca che ha goduto del clima stabile dell’Olocene, della superiorità tecnologica di quell’Occidente, della concentrazione di ricchezza post-accumulazione originaria, un segmento di era quando esplorazione e colonizzazione erano ancora in corso, vincenti e gloriose, sanguinose. Al contrario di ville suburbane e loft la villa nel romanzo ha senso e ancestry. Mura solide, tetti alti, grandi camere, giardini d’inverno, molo privato. Vestigia di altri tempi, una forma di House of Dust ancora confortevole, una struttura che parla di privilegio e di morte. Una villa costruita per famiglie numerose in altri regimi demografici, con molti bambini che sopravvivevano, garanzia di prosecuzione di linee genetiche della nuova nobiltà americana, convinte di rimanere, che ricchezza e potere sarebbero state eterne. Altri tempi, altro capitalismo, di un tipo altrettanto spietato ma, alla prova della storia, non invincibile. Altra America, quella dei Robber Baron ma con poteri ancora capaci di contrastarli con uno Sherman Act. Questa è una di quelle vecchie, grandi case abbastanza isolate per avere storie di fantasmi e ve ne sono. Essendo un romanzo dell’Antropocene nessuno di questi spettri è di natura ingenua. Il mondo vecchio è morto ma l’inerzia continua e in una grande casa affittata per l’occasione, circondata da una foresta appena addomesticata, vicino alla foce di un fiume, prossima all’oceano, due comunità la abitano.

Le tribù

Una volta abbiamo trovato il teschio di un dinosauro. O forse era un delfino.

Deve essere per questo, in una forma di esorcismo inverso per scacciare gli spettri della Fine, gli stessi che infestano the House of Dust di Gilgames, che il gruppo eterogeneo di professionisti, borghesi, professori e molti bambini e adolescenti, vanno in vacanza. Dividono l’affitto, l’enorme deposito di sicurezza; gli eredi dei Baroni, che adesso magari vivono paycheck to paycheck, ringraziano. Ed ecco al tempo presente nello svolgimento, ancora pochi, pochissimi anni/secondi nel futuro. Non sono due famiglie di amici che decidono di passare le vacanze insieme, sono molte famiglie e questa è una scelta in qualche modo bizzarra. Il gruppo è grande, composito, in comune devono avere il percentile di reddito che permette risparmi, SUV d’importazione, hobby e sport costosi, le rette per scuole private. L’uso di psicofarmaci è diffuso, l’abuso di alcool continuo oltre la licenza prevista dalle vacanze. Hanno il bisogno di ritrovarsi, stare insieme, vengono da città e stati diversi. In qualche modo sembrano subito elefanti che non sanno quando riunirsi per morire, nel posto giusto, tutti insieme, nell’eccesso di coscienza dei sapiens sapiens. Hanno una serie di riti per bere, riunirsi, controllano le fasi eccitanti e depressive dell’alcool da veri professionisti, tireranno fuori l’ectasy e chissà che altro al momento giusto, probabilmente quello peggiore. Sono lo stesso tipo umano, solo meno divergenti, più o meno nel denial, più adattati al trauma della civiltà urbana, ancora più rassegnato, che abita la Greenloop in Devolution di Brooks.

Altri sono i bambini, adolescenti e prepuberali lasciati ad autogestirsi, in qualche modo liberi di esplorare la fine della Natura intorno alla casa, di allontanarsi, fare incontri con i figli dell’1% della popolazione, far partecipare il lettore a continue evocazioni di una ecologia oscura mortoniana: ecco, ovunque gli esseri umani vanno una qualche ombra, resto, relitto dell’umano rimane e quella che continuiamo a chiamare natura ha smesso da tanto tempo di riassorbire tracce e oscurità. Evie, Jack e gli altri trattano adulti e genitori come stranded asset, utili soltanto per un ultimo legame: i soldi. La tribù dei bambini/giovani donne e uomini praticano una serie di giochi di destrezza, pratici e mentali, in continua opposizione e contrasto agli adulti che, in queste settimane estive, praticano un continuo escapismo tossico nel limite terminale verso il senso pieno della vacanza: ingannevole fuga dalla realtà. Come i bambini ne Il signore delle Mosche hanno qualche reminiscenza di libri e racconti d’avventura, così e allo stesso tempo all’opposto dello spettro, la tribù dei bambini della Millet ha un’estrema consapevolezza dello status dell’habitat umano, sanno e sentono istintivamente di far parte di un’altra epoca, comprendono la fiction a cui sono esposti, alcuni hanno fatto dei corsi di sopravvivenza. A volte, in casi estremi, la tribù dei bambini saprà, in qualche modo cosa fare.

«I vostri genitori ce l’hanno il bunker?» chiede il maschio alfa, fumato. Si erano portati dietro le sedie: non si sedevano sugli asciugamani, loro.

Il crollo del sistema di trasferimento intergenerazionale di esperienze e conoscenze è compiuto. Nella tribù dei bambini la specializzazione interna dei compiti è in atto, qualcuno di loro ha il tempo per speculare sul Deus sive Natura, qualcun altro appronta un’Arca per gli animali, una Bibbia viene riletta, tutti gli adolescenti sono pronti alla Fine del mondo: il Senso della fine è innato, meglio, è tornato nell’ultima generazione.

Una soft apocalypse

Il mondo nuovo potrebbe essere un cruento aborto.

Il diluvio, l’Evento del romanzo della Millet arriva con minimo preavviso. Le scene si fanno convulse, il racconto si può svolgere solo a tratti. La preparazione all’arrivo nella zona pericolo dell’uragano è nello standard della vita prima: un cocktail di negazione, frammenti di informazioni operative recuperate dalla cronaca da fine della pace climatica, colpevole impreparazione e sottovalutazione. Le tribù hanno un momento di unità di fronte al pericolo imminente ma qualcosa si è rotto, prima di qualunque allerta, molto prima.

«Cosa ci fai lì?»

«C’è un buco nel tetto! Lo sto coprendo!» urla Val.

Avevano spedito una ragazzina sul tetto nel bel mezzo di un uragano.

Un buco nel tetto pone fine al sogno di un’umanità ancora sedentaria con vista panoramica come Into the forest di Jean Hegland. Deve esserci da qualche parte nella fiction l’ultimo uragano, uno in cui non si montano tende bianche, campi per profughi interni, in cui i camion della FEMA equipaggiati per autosussistenza e mossi con qualunque tipo di carburante semplicemente non arrivano. Quello in cui non c’è una ricostruzione, un ritorno alla normalità. Le camere nella grande magione vengono abbandonate, sono un specchio della distruzione intorno fuori dalla casa. La tribù degli adulti organizza il salone come casa comune, accampamento di fortuna interno, una sporca promiscuità forzata che loro stessi hanno evocato. I giusti, i bambini, abbandonano Sodoma per l’entroterra. Alcune parole chiave stabiliscono dove fermarsi: collina, fattoria, animali da allevamento, angeli. I bambini incontrano gli angeli, un gruppo sparuto di escursionisti che si prodigano ad aiutare le vittime dell’uragano così come aiutavano altri escursionisti meno accorti. Gli angeli devono essere l’avanguardia dei gruppi umani di cui parla Rebecca Solnit in A Paradise Built in Hell (2009), quelli che organizzano cucine da campo improvvisate per sfamare le vittime delle catastrofi innaturali della storia. I bambini si adattano, in qualche modo, per qualche, troppo poco tempo, prosperano. Sono però attimi e angeli e bambini non vivono nella San Francisco devastata del 1906, sono nella prosecuzione, la radicalizzazione invece della storia di un altro uragano, Katrina. I cellulari funzionano a tratti, i frammenti di notizie oltre la nebbia di guerra nella catastrofe non sono buone, qualcuno sta buttando giù i ripetitori delle linee mobili. Arrivano i demoni, i mostri di cui parla Gramsci e sono una milizia raffazzonata, sembrano soldati e non lo sono, gente che probabilmente crede che un evento distruttivo ma locale sia la fine del mondo e che tutto sia collassato. Hanno ragione ma forse non sui tempi, sono i primi predoni, la parte predatoria della società adesso libera, pensano di avere ragione sotto la bandiera della sopravvivenza nel nuovo mondo che non è nato ma fanno parte della Catastrofe. Sono tipi fissi nel romanzo dell’Interregno, sono parte della catena degli errori. Un grande plot armor, la versione narrativa della mano di dio, permette ai bambini di superare la prova senza essere uccisi o violentati. La Millet protegge la sua tribù e aiuto dal vecchio mondo arriverà.

No place to hide #2

Un’altra piccola migrazione di caucasici, diretti verso un’altra villa, in un centro abitato, un quartiere di ricchi. I bambini prendono il controllo, gestiscono turni, organizzano scorte e manutenzione. I grandi, gli adulti, non sono più Dèi per i propri figli da un pezzo, lo erano in altri libri, in un’altra tradizione, quella del romanzo borghese che può esistere solo a certe condizioni climatiche. La nostalgia, la memoria dei bei tempi andati, veri motori dell’escapismo, diventano inutili come una qualunque, anche immensa e ben conservata, scorta di diesel. Un motore immaginifico smette di funzionare. Questo è quello che succede alla fine de I figli del diluvio. La potenza biunivoca del collasso è lenta ma implacabile, sul fronte interiore gli adulti continuano a regredire. Scrive, fa dire, la Millet: “Cominciamo a notare dei cambiamenti, all’inizio impercettibili. Si poteva definire fragilità, ma io direi che era più simile all’assenza. Come se la loro personalità stesse svanendo.” Il vecchio mondo, i suoi abitanti, vanno verso il nulla, la sterilità de il mondo sommerso di Ballard, la sequenza dell’estinzione in un adattamento del modello Kübler-Ross. Passano settimane, mesi, è una soft apocalypse quindi forse anni. Le pagine si fanno rade, la sentenza sugli adulti è stata emessa. Prima o poi i bambini diventeranno gli adulti del mondo nuovo, lasceranno la villa. Questo però è per un altro romanzo.

I figli del diluvio : Millet, Lydia, Guerzoni, Gioia: Amazon.it: Libri

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