Hummingbird Salamander

DeLillo, Zero K. L’incipit più importante della letteratura contemporanea.

Everybody wants to own the end of the world.

La prima parola, everybody, tutti, è quella che centra la lettura; è anche quella più significativa e importante. Tutti non è una generalizzazione, la popolazione generale, il vostro vicino non vuole possedere la fine del mondo. Questo tutti al contrario è speciale, un tipo umano ben definito, rintracciabile. Il protagonista di Zero K non fa parte di quel tutti, di fronte all’immensità dell’ambizione e tensione, è un Non-player character, a coloro che vogliono possedere l’apocalisse è soltanto prossimo, risultato della lotteria naturale, una coscienza estratta dal calderone delle anime e piazzata lì, in un posto scomodo e inattuale: Jeffrey Lockhart è solo il figlio di membro di quella élite. Jeffrey continua, un breve elenco di coloro che vogliono possedere il futuro: private wealth manager, dynasty trustee, gestori di fondi su mercati emergenti. Possedere, il fondamento della proprietà. Possedere la fine del mondo è farne parte, gestirla, approssimarsi a poteri che spettano alle Parche, le Moire, le Norne e non a Zeus o a Odino, guardare la tessitura del futuro rintracciandone il flusso dal passato, una trama che adesso, nell’Antropocene, non è di un singolo ma, ancora e davvero, di tutti. Così si mantengono le fortune delle dinastie, pensano, in un bias di gruppo; si pensa, tra i membri più ingenui di quella certa élite, di essere future proof. La proprietà del futuro è l’invenzione tutta umana, culturale, il suo fondamento è comunque quello del drive biologico: sopravvivere. L’accesso alla Dark lodge di chi vuole possedere la fine del mondo e quindi il futuro non è ristretto ai soli gestori dei flussi informativi e del capitale. Attivisti, terroristi, spie, mercenari, trafficanti di armi, hacker affollano la loggia in una competizione dinamica con i capitalisti dello 0,1 %. Un accesso che si ottiene con la volontà, l’azione, un’idea persistente del destino del mondo, una qualche deviata e illuminata più alta comprensione, per tentativi, per caso. E il caso non esiste. Lo spettro delle possibilità deve essere mostrato, nebbie vanno diradate, i segni della Fine sono ovunque. Serve una protagonista e il caso in Hummingbird Salamander, ultimo romanzo di Jeff VanderMeer, sembra fornirne una.

Another winter morning in the Pacific Northwest.

Where, exactly? I won’t tell you. Exactly.

But you can call me Jane.

Jane Smith. If that helps.

I’m here to show you how the world ends.

Aiuta, più di quanto può sembrare. Quindi. Un minuto nel futuro, Stati Uniti. Jane Smith è una consulente alla sicurezza informatica, è sposata, una culturista che ogni tanto salta gli allenamenti, segue le notizie dell’ennesima pandemia lontana ma che prima o poi arriverà anche nella sua “undisclosed” città. Evasiva, analitica, forte e fragile, nella costruzione ondulatoria della materia del personaggio è sotto ogni standard narrativo perfettamente umana. Una massa di situational awarness che paga il mutuo per una casa suburbana. Un giorno, uno dei tanti in cui siede nel suo café in città preferito, un bar che non esploderà perché non è quell’apocalisse, il barista le consegna qualcosa: è una chiave per un non luogo, uno storage box. Una chiave apre una saracinesca, all’interno un messaggio e poi un altro: un colibrì impagliato, un uccello estinto, un messaggio insieme da un futuro interrotto e un passato perduto. Comincia un dialogo per indizi e messaggi tra Jane e Silvina Vilcapampa; una conversazione tra entità quasi, l’entità Jane appena entrata nella tana del Bianconiglio, l’entità Silvina, ecoterrorista ricercata, che vi è entrata da un pezzo, in un percorso tra dubbi e radicalizzazione. In qualche modo, Jane, ha già scelto la pillola rossa. E nel thriller pre-apocalittico, rossa o blu è solo questione di tempo. Jane è, come Silvina, a diversi livelli, pronta a sabotare la propria normalità appena questa diventa insostenibile. I segnali nel mondo di Hummingbird Salamander vanno tutti in questa direzione/soluzione. Jane Smith comincia a percorrere il sentiero dei segni lasciato da Silvina per ritrovare la salamandra. Un lavoro sui segni, hummingbird e salamander che il lettore di Jeff VanderMeer ha già fatto. Sono segni che ritornano in altre sue opere. Jane non è la prima detective della produzione di VanderMeer ma è quella probabilmente più preparata, una preparazione costruita negli anni, già dall’adolescenza. La cura dei segni, l’interesse solo incidentale nella sua professione. Il significante è significativo, il resto è rumore di fondo del denial del mondo.

I nodded. “Oh, yes. Studied psychology, sociology, criminology. But then I discovered statistics.”

He considered that for a moment, with clear disbelief.

But it was true: I’d found criminology duller than I thought possible and the required statistics classes more interesting than I’d imagined possible. This aggregate data. The ways in which eccentricities of human behavior persisted through software and how you could, with your own bias, skew surveys and studies to suit your interpretation. That being a detective with statistics affected more people. I brimmed to overflowing with numbers and studies and all the applied business.

Il Poeta continua a ripetere not with a bang; per i whimper, di animali morti, di masse schiacciate dai rischi esistenziali che si cumulano nell’Antropocene, serve una detective diversa. Jane Smith la incarna, una figura che probabilmente farà scuola, l’indagatrice della fine del mondo come prospettiva probabile, una detective dell’Antropocene. Un prodotto del caso – e il caso non esiste -, simbolo di capacità tattiche e di pensiero laterale. Tutte le versioni di Jane avranno il loro ambiente narrativo per svolgersi. Nella prima parte di Hummingbird Salamander, Jane indaga, pensieri e frasi sono brevi, calcolate, adeguate per un mondo post-Snowden in cui la sorveglianza digitale di massa è fuori controllo, forse in un tentativo di tenere insieme una società in un pianeta che si riscalda e freme, la società del controllo ancella del necrocapitalismo.

Ogni pagina un concetto, passi avanti e indietro nell’indagine, la filosofia del sospetto che richiede un’enorme disciplina non umana e ogni tanto Jane infatti, come personaggio davvero umano, cede. La prima metà del romanzo è un altro VanderMeer, come stile, capacità evocativa. VanderMeer scrive il percorrere del sentiero dei segni da parte di Jane in stato di grazia, molto prossimo al gold standard della letteratura americana: il Don DeLillo di Zero K. Poi, nella seconda parte del romanzo, le pallottole cominciano a fischiare; le minacce, i fantasmi, diventano reali. Altri tipi umani sono a caccia di Jane e Silvina. Cacciatrice e cacciata, in fuga e all’attacco, Jane si avvicina alla verità, scopre che il caso non esiste, che nell’Antropocene le colpe dei padri stanno ricadendo sui figli e Jane si tramuta così come registro, stile e tenore della scrittura di VanderMeer che torna ai tool del weird di cui è maestro. La realtà collassa, no one makes it out, there may be a way, l’insufficiente comprensione umana del mondo, la dissociazione cognitiva, il pianeta è ancora riconoscibile ma ogni giorno sempre più alieno, la dialettica è un fossile dell’Olocene, forme di adattamento non consce o culturali scattano: questo nel mirroring tra pagina, azione, fronte interiore della protagonista e il mondo.

Impossible to tell how fast society was collapsing because history had been riddled through with disinformation and reality was composed of half-fictions and full-on paranoid conspiracy theories.” Dopo, il collasso dei fronti è inevitabile.

Non sappiamo se una bambina di nome Rachel nasce mentre Jane Smith indaga il segreto di Silvina per poi, un altro minuto nel futuro, cessare il suo wandering a Balcony Cliffs in una città ancora senza nome. Non sappiamo se la holding della famiglia Vilcapampa è una proto-Company. Non sappiamo se lo spettro di Silvina turba e duplica gli astronauti morti. Sappiamo che una soft apocalypse è in corso e tutti vi partecipano. Ancora altre cose sono chiare. Ecco, così si svolge la Sesta estinzione. Le pose di un colibrì e una salamandra formano il ghigno di Medea. Ecco Hummingbird Salamander, un thriller dell’Antropocene.

Hummingbird Salamander by Jeff VanderMeer

P.s. Si ringrazia Americanorum per averci fornito il pre-print di questo romanzo. Sapeva sarebbe stato importante per Grendel.

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