Appaesamenti tolkieniani

Prendere dimora in un libro è un’esperienza universale, condivisa, fatta di ritorni confortevoli e di addii nostalgici. Alcuni autori più di altri riescono a “fare luogo”, come si dice senza pensarci troppo, avvolgendo il lettore con fasce morbide, strette, tiepide, rassicuranti. Nel mezzo del deserto geologico, nella terra di nessuno tra Gondor e Mordor, prima che gli eventi tornino a travolgerli ineluttabili, Sam e Frodo si siedono davanti a un piccolo fuoco e recuperano profumi e atmosfere della Contea, fanno una pausa, entrano in una parentesi domestica mentre fuori il mondo sta cambiando, un po’ come Merry e Pipino quando scoprono la dispensa di Saruman tra le rovine di Isengard, o come la compagnia hobbit al Puledro Impennato, nella piovosa Brea, sull’orlo del massimo pericolo e quasi all’ingresso nell’età adulta. Tolkien costruisce dei luoghi di posta, delle taverne dell’anima, dove il ristoro prima della ripartenza nell’ombra scalda il cuore un altro po’, aiuta a fare il prossimo passo, rallenta la diegesi e la rilancia. “Luoghi ameni” di questo tipo ce ne sono molti ne Il Signore degli Anelli, uno o due ne Lo Hobbit, praticamente nessuno altrove nella vasta produzione dell’autore. Certamente è una scelta di registro, le cronache numenoreane, il modello della saga norrena che è alla base del Silmarillon e dei Racconti perduti e ritrovati, l’apparato leggendario, mitologico, storiografico della Terra di Mezzo hanno raccolto dal grande universo nordico anche l’asciuttezza propria dell’epica, che non indulge quasi mai al pittoresco: narrazioni di vasti esterni, paesaggi drammatici e aspri, aule e castelli che sono solo la variante umana della cruda geologia terrestre, lande desolate. Ma dove c’è uno hobbit le cose cambiano: caverne dalle porte e dalle finestre rotonde, pub e locande, picnic sull’erba, birra, prosciutto cotto ed erba pipa.

Qualcuno ha notato che l’ingresso degli hobbit nell’universo narrativo tolkieniano ha coinciso con l’arrivo nella Terra di Mezzo del folklore locale, della ballata popolare, del ye olde England all’ora del tè: la Contea come roccaforte dell’Englishness premeccanica e Isengard come metafora dell’aggressione protoindustriale alla campagna inglese. Qualcuno ha anche mappato la psicostoria dell’autore: l’infanzia a Sarehole nel Worcestershire, il XIX secolo che un pezzetto alla volta svanisce in una nebbia malinconica, l’aggressione ai paesaggi urbani e rurali durante le due guerre, il dopoguerra come fuga in avanti verso una modernità spietata, l’emergere della consapevolezza ambientalista, la vecchiaia. Ma la ribellione conservatrice di Tolkien, fraintesa mille volte e mille volte strumentalizzata da opposte fazioni politiche, era prima di tutto una resistenza alla ugliness, e una risposta poetica alla waste land del Novecento. Quello che insomma dovremmo provare a leggere nel suo posizionarsi come scrittore cattolico e antimodernista è anzitutto una presa di campo letteraria: Chaucer contro Shakespeare, per cominciare, la distanza abissale da Joyce, Pound e Eliot, il tentativo di fornire un background teorico al proprio operato con il saggio Sulla fiaba. Certamente la psicologia del bambino e dell’adulto aiuta a spiegare molte cose, ma in genere vengono raccontate come se il “paziente” ne fosse completamente ignaro, come se solo il suo inconscio lo avesse spinto, simile a una marionetta, verso scelte deterministiche. Quello che invece voglio dire è che Tolkien non ha subito la propria poetica, ma l’ha costruita in modo lucido e coerente. In questo senso le oasi di Englishness nei due romanzi della Terra di Mezzo sono delle precise funzioni letterarie.

A questo punto si apre un bivio: cercare tutti i “luoghi ameni” tolkieniani, spiegare come l’autore costruisse la loro coziness, inserirli nell’economia della macchina narrativa, oppure andare alla radice antropologica del perché queste zone franche piacevano al loro creatore e perché infallibilmente piacciono anche a noi. Il “fare luogo”, oltre che rispondere a un desiderio di radicamento identitario e a un bisogno di luoghi protetti, quella che Gaston Bachelard chiamava topofilia, è un processo di familiarizzazione dell’ignoto che accompagna la nostra specie dalle origini. La poetica del nido e la costruzione dello shelter sono le coordinate minime per definire l’appaesamento, tutto diventa però più complesso quando nel meccanismo si inserisce il linguaggio. L’appropriazione psicologica e culturale di uno spazio problematico, esposto, inquietante, diventa molto più efficace quando le incertezze percettive, le paure istintive, il disorientamento vengono puntellati con la parola narrativa. Raccontare il luogo ancor prima di abitarlo è uno stratagemma esplorativo-esorcizzante tipico di Homo sapiens, dalla navigazione transoceanica al trasloco in un’altra città. Il linguaggio aiuta insomma a perimetrare, a mettere a fuoco, a gestire, ma soprattutto aiuta ad accogliere un nuovo grumo di spazio anomalo nel personale flusso narrativo che pensiamo di abitare. In Tolkien, le scene a Casa Baggins, al Drago Verde, da Tom Bombadil, al Puledro Impennato, a Rivendell, a Lothlórien e in ogni altro campfire nelle Terre Selvagge o Oscure, non sono solo delle soste diegetiche ma sono delle miniaturizzazioni paesaggistiche, dei momenti di inversione spaziale in cui la vastità delle terre, delle vicende, della narrazione, coagula in un punto e diventa manipolabile. Una specie di movimento metonimico, un luogo minore che, come un pegno o un talismano, permette di portare con sé ciò che si è lasciato indietro, un po’ come la pipa, diceva Tolkien, è mettersi in tasca il focolare.

In questo senso il fazzoletto di Bilbo, il tabacco di Merry e Pipino, le erbe aromatiche di Sam, il lembas di Frodo sono metonimie di luoghi sicuri che, come amuleti, hanno il potere di costruire una bolla protettiva temporanea, aiutano a “fare casa” nei luoghi di grande outerness, alleggeriscono la densità drammatica di un destino immane che sovrasta e travolge. Questa “antropologia minima della speranza”, per quanto attivata solo qua e là ne Il Signore degli Anelli, ha la capacità di spiegare la potenza consolatoria di un libro al cuore narrativo del quale ci sono invece la Caduta e la Perdita. Ma questo principio metonimico, questa sistole-diastole tra casa e mondo, tra protezione ed esposizione, tra speranza e disperazione, è in Tolkien molto più capillare di quanto non si pensi, ad esempio agisce in modo carsico nell’onomastica e nella toponomastica, nei dettagli di cultura materiale, nelle parentesi vegetali, cioè nella costruzione di micropaesaggi di muschi, funghi e licheni, di arbusti e fiori, che sembrano a una rapida lettura dei semplici elementi esornativi ma che in realtà puntellano a livello strutturale le tesi della luce. Più la Terra di Mezzo si stacca dal mondo degli dei e degli eroi e assomiglia alla nostra, con tutti i suoi guasti, più Tolkien sente il bisogno di seminare ovunque, come pietruzze lunari, delle pillole di conforto, delle metonimie di eucatastrofe. Quella che si può trarre, allora, non è una semplice lezione sui dettagli narrativi, ma sul modellamento narratologico che deriva da una visione chiara circa il destino storico e spirituale dell’umanità: se credo in una luce in fondo al tunnel non devo farlo dire ai personaggi o alle loro azioni, ma devo lasciare che parlino la brace e la menta selvatica.

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