Il Cavaliere e la Morte della terra

Divine Landscape

Ecco la Mongolia, qualche milione di metri quadrati di steppa, altipiani, fiumi, fasce che annunciano la taiga siberiana e altre simili a una naturale megastrada desertica su cui pony e cavalli mongoli riescono a percorrere decine e decine di chilometri al giorno. Sopra tutto questo il Tengri, che è il cielo, la natura non calpestabile, il panorama oltre la linea dell’orizzonte, l’essere che favorisce linee di sangue e azioni eroiche e ne interrompe altre, nel massacro. Il tempo è scandito solo per noi, per clan e popolazioni è deciso dalle generazioni di donne e uomini e le loro opere, ma possiamo dire di essere nel 1200 d.C. e via, in un flusso, prima e dopo, perché padri e madri e antenati ritornano e ancora decidono il destino. Sotto, mondo probabilmente sconosciuto, i resti fossili di milioni di dinosauri e mammiferi, parte del cammino verso l’ultimo rifugio glaciale della Siberia, quello davvero dimenticato.

Ceppi e coltelli

Il livello tecnologico dei Mongoli è di poco o per nulla superiore “agli indiani d’America” scrive René Grousset. All’orizzonte uomini e animali, o delle iurte, un incontro comunque in una terra che fondamentalmente è poco abitata, per ogni umano e le sue mandrie è necessario qualcosa di simile alla superficie di caccia dei cacciatori-raccoglitori del Paleolitico. Ma siamo oltre. Altri esseri umani non provocano quel fastidio genetico della prossimità come nell’ascensore di Spencer Wells. C’è invece qualcosa di simile alla nebbia di guerra del check point pre- e postapocalittico: gli uomini che mi fermano seguono le regole della civiltà? Sono i rappresentanti di un’autorità o fingono di esserlo? Sono assassini questi sorridenti? I mongoli sono in qualche modo più fortunati: rancori generazionali, faide eterne, legami di sangue, rotte di migrazioni e pascoli chiariscono sempre in quale statuto della warre si trovano coloro che si incontrano.

Il bastone della Prossimità

Ecco la Mongolia, dove la mortalità infantile e il tasso di fecondità sono altissimi e gli individui, di stirpe reale quindi quasi divina, rischiano di perdere la vita o la libertà. La morte violenta, la sua possibilità continua e concreta, torna a essere uno dei motivi speculativi migliori per l’abbandono dell’Eden caccia-raccolta-allevamento per l’agricoltura e il suo simbionte, la città. Vivere con umani che non si conoscono e malattie, la colonna vertebrale devastata dal lavoro nei campi invece che venire uccisi per un incontro sbagliato. Di questo genere d’incontri è piena la formazione di Gengis, la fortuna aka il Tengri stabiliscono che passi il piccolo filtro dell’esistenza per diventare quello che la sua epica ci tramanda: il destino negli occhi.

“All models are wrong. Many are useful. Some are lethal.”

Questo racconto, della gioventù in cattività, del rise and fall di una famiglia, quella di Gengis, ostracizzata dal clan alla morte violenta del padre, della lotta per la minuta sopravvivenza, di madri vedove che si ritrovano con adolescenti problematici il cui ardore omicida vive in un distacco dalla realtà della forza del numero e della debolezza del singolo, per di più non veterano di guerra ma solo di caccia. Può essere letterario nella deificazione del grande condottiero, ma si tramanda che lo sguardo del futuro Khan riesca a cavarlo d’impaccio in varie situazioni, con esso comincia il processo, insieme alla generosità tipica del “Big Man” tra i clan, con cui legherà a sé e alla sua missione donne e uomini eccezionali. Gli occhi, la voce di Gengis convincono a seguirlo contro forze superiori, in missioni ragionevolmente impossibili; lui che non ha nulla convince altri a rischiare tutto. L’Impero è narrativo, la narrazione comincia con delle chiacchiere. Il carisma, la capacità di proiettare nella mente di altri vittoria, giustizia per i torti subiti, una promessa non chiara tipica del destino manifesto, il “magnetismo”, qualcosa riconosciuto nei grandi condottieri vincitori e in certi serial killer.

Qualcosa del determinismo

Racconta a un criminologo una storia di violenza continua, prigionia, schiavitù su un bambino. A questo il senso di pericolo continuo della warre, un mondo di morti violente, la famiglia allargata, il rapimento e stupro della prima moglie, la violenza procedurale della caccia e della difesa delle mandrie. Ad altro livello l’epica classica come un segmento che comincia con un “ratto” di donne e/o un abigeato e si conclude con un genocidio. Non ci sono confuciani nelle corti micenee e un saggio cinese arriverà alla corte dell’adesso grande Khan troppo tardi. E la Mongolia non è l’Africa occidentale della prima metà degli anni ’90 dove bambini abusati, figli tra molti di famiglie allargate, impazzano armati nelle notti senza luce elettrica. Tra quella Mongolia e quella Liberia c’è una differenza come tra la guerra hobbesiana e il caos: in entrambe si formano o agiscono lupi e predatori.

Rompere la gabbia

Tutte le religioni vengono tollerate e accolte. La madre di Gengis viene da una stirpe mongola convertita da tempo al nestorianesimo. La nobiltà di sangue viene ignorata, i migliori sono i migliori cacciatori di orde e uomini e vengono elevati e messi a capo di manipoli che diventeranno altre orde colorate. La meritocrazia del Khan schiaccia la finzione della nobiltà mongola. Sciamani vengono sostituiti e malmenati, filosofi e poeti cinesi vanno alla corte dell’Imperatore a cavallo. Le vendette tra mongoli vengono limitate, c’è ampio spazio per riversare violenza fuori dai clan. Le vittorie aumentano così come il consumo di alcool di Gengis. Rompere la gabbia delle norme è uno dei due ingredienti della via per la prosperità. Frammenti di sapere orale cristiano e confuciano fanno parte della cultura percepita anche tra i mongoli. Ecco che insieme alle concubine, all’alcool e alle vittorie, la voce del Tengri è sempre confusa ma sempre più forte. Un altro elemento della prosperità sembra essere “un buon uomo al comando”. Il Khan elabora una sua forma di crociata, si inventa come terrore del Cielo in Cina, come castigo dei fedeli contro i regni musulmani. Se il tengrismo è una forma di animismo ecco che non serve un papa per lanciare una crociata. Queste parole sono del Khan, la scena è simile, Gengis che chiede il parere ai suoi cani-generali ma è lui, non un cimmero, a rispondere.

Fine e ritorno della mente bicamerale nella jurta reale

Il potere non è mai davvero consolidato, deve essere lo spettro dei massacri compiuti per ottenerlo. Ci sono alcuni stermini di popoli e l’impero mongolo comincia nel momento in cui metà delle tribù mongole vengono eliminate proprio dal Grande Khan. In quel momento una voce sembra spegnersi, Gengis smette di ascoltarla. Lo sciamano reale, e la sua famiglia, si fa sempre più arrogante, impazza nel campo, compie alcuni pestaggi e soprusi anche contro membri della corte. Una voce sparisce e quella che parla del destino manifesto del grande conquistatore, l’unificatore della Mongolia e delle sue genti, si fa più chiara. È il Tengri che parla adesso, direttamente al suo emissario, la sua incarnazione. Lo sciamano arrogante viene eliminato e così la sua cosca. Un altro sciamano docile e senza fratelli maschi ambiziosi viene elevato. L’animismo è buono per i piccoli regni, il dominio e l’Impero sono divinità gelose.

Non divagazione

In una serie Tv che non verrà nominata (un tentativo di sabotaggio del concetto-rischio spoiler) i protagonisti, alla fine del loro arco di apprendimento, durato alcuni episodi, riescono a catturare il capo della cospirazione, il grande antagonista, il Burattinaio, un padrone segreto del mondo. Costui stabilisce il suo primato morale, il fondamento della sua azione sul mondo e incidentalmente sulla vita dei protagonisti, dichiarando che Gengis Khan è stato il più grande amico dell’umanità avendo distrutto città e sterminando parecchie decine di milioni di persone. Il Conquistatore del mondo e i suoi generali avrebbero, in una qualche prospettiva da terzo osservatore, ritardato l’inevitabile collasso della civiltà umana di qualche centinaio di anni con la sua opera di depopolamento nel Caucaso, nella Cina continentale, delle metropoli nella Mezzaluna fertile e via dicendo. C’è una trappola malthusiana che sta per scattare, Gengis Khan prima e il Burattinaio adesso, il primo indirettamente e senza consapevolezza del suo drive eliminazionista-salvifico, il secondo più “umano” e pianificatore ma con lo stesso nucleo tragico dello sterminio di massa come salvezza. Il Burattinaio vuole salvare il mondo distruggendone, limitando, la popolazione, con un sistema che ridurrà la sofferenza umana nel processo. Il Tengri lo vuole e il mondo è suo. Il mostro pianificatore vuole lo stesso risultato del mostro della storia e del caos. Dei cavalieri dell’Apocalisse la guerra è quello che avrebbe, sempre per il terzo osservatore improprio, l’effetto incrementale più “benefico” nel medio periodo nell’Antropocene. Un vero, più profondo ed efficace, hackeraggio della funzione demografica e il suo riflesso sul sistema mondo. Il Burattinaio della serie pensa di essere l’eroe della storia, la ragionevolezza eliminazionista ammanta i mostri di un’aura strana, un altro distruggere il mondo per salvarlo, una diffrazione allo specchio psicotica. Profeti attivisti: lavorano per realizzare la visione nera, cercano nella storia i fondamenti di agire e pensare l’impensabile.

Il gioco sull’ottimismo di specie

Stephen J. Gould gioca al Go del destino manifesto e dei futuri interrotti contro Robert D. Kaplan. Bambine e bambini dotati sono possibili nuovi Einstein e Marie Curie Salomea Skłodowska, altri diventano Joseph Kony e volenterose mogli di capi dell’Isis. Gould vince, sta vincendo, il progresso, l’anarchia placata. Nessun nuovo Gengis Khan può emergere. “Ancora no”, risponde Kaplan.

Il cavaliere fa la strada

La cavalleria leggera mongola percorre gli assi continentali a velocità magica, una magia realizzata dall’assenza di linee di rifornimento. Bevono acqua piovana, bevono il sangue del bestiame e dei cavalli. Sembrano cani, orsi, lupi e qualcuno potrebbe dire che le famose manovre mongole sono nella memoria culturale di Sapiens che guardano i lupi cacciare. L’attacco d’apertura, la ritirata fintamente disordinata e la seguente imboscata sembrano qualcosa di diverso invece, qualcosa che i futuri generali del grande Khan hanno imparato su errori a cui sono sopravvissuti. Uccidere individui isolati, produrre in ogni modo occasioni di superiorità numerica tattica è qualcosa della warre, degli omicidi nella giungla della Guinea. Non si parla davvero dell’arco composito che è oltre l’evoluzione originale della tecnica. I Bizantini lo impararono dagli Unni, con lo stesso stratagemma i pochi ma ricchi cacciatori-raccoglitori giapponesi ricacciavano in mare gli invasori stanziali dalla penisola coreana.

Distruttori di formicai

Alcune decine di migliaia di anni nel futuro. Non è la prima volta che le città formicaio di Verghast si trovano coinvolte in una guerra civile. Dalle mura di Vervunhive qualcosa di nuovo si può vedere, una vista che è prima impensabile, poi con l’avanzata, sempre più chiara come il prezzo della realtà sul cogitabile: non è un esercito, è l’intera popolazione di Ferrozoica, la città formicaio avversaria, uomini, donne e bambini, che si muove. È un altro tipo di guerra, prima di comprenderla c’è solo l’orrore, uno che l’uomo moderno ha visto raramente, magari coperto da varie forme di suprematismo. Così uomini, donne e bambini, catturati nelle campagne intorno a floride città sulla Via della Seta vengono spinti dai mongoli contro le mura della città che hanno deciso di assaltare. Sembra che i mongoli non “capissero” la città, il suo senso, l’idea di essere hub commerciale e culturale. Hanno una nuova vecchia attrazione per le città ma solo predatoria. La città provvisoria di iurte che doveva formarsi per l’elezione di un Khan non doveva aver fatto scattare alcuna associazione. Capiranno in seguito, e non sempre, quando questa prima generazione di conquistatori-predatori morirà. Il narrativo se ne frega del relativismo culturale. La convenzione di Ginevra è scritta con le lacrime di tutti i cittadini tebani venduti come schiavi e degli scudi umani nell’altopiano iranico. Rimangono mobili per alcuni anni i mongoli.

I forti che escono dalle città

Il senso dell’evoluzione del personaggio di Max Rockatansky in Mad Max è l’idea che in un certo mondo solo gli psicopatici, i pazzi, sopravvivono, prosperano, nel dominio. Folli e mobili. Lo psicopatico e l’occasione formano una leggenda di evoluzione compiuta. Pazzia, mobilità e forza si autoalimentano. Nel deserto, nella wasteland. I danni genetici della violenza subita e compiuta si sommano a quelli delle radiazioni. Nelle città si è pianificata l’oppressione o nell’impotenza si alimentavano sistemi non più funzionali. Le città incatenano fertilità, impulsi umani di violenza e aggressività, burocrati in giacca e cravatta e scribi nestoriani. La città protegge le famiglie e gli harem di funzionari Han e del Re d’oro. I cani-generali del Khan tornano a cercare città e villaggi fortificati che hanno lasciato indenni nell’avanzata, calano sugli insediamenti che hanno offerto sottomissione e cavalli e artigiani e donne e ragazzi per essere deportati in Mongolia. Un sistema predatorio dura un po’.

Pace

Tutto è compiuto, sfortunati viaggiatori che incrociano il corteo funebre di Gengis di ritorno verso la Mongolia vengono catturati e sacrificati. Khanati si dividono in orde e colori. Un khan diventa parente dell’Imperatore di Bisanzio, un altro della Cina. In almeno un manuale scolastico c’è un accenno alla pax mongola. Unità di misura comuni, burocrati dal Caucaso e dall’Iran organizzano i regni, il commercio torna a fiorire dice quel manuale. L’orrore che è buono per il nuovo ordine e il commercio non è orrore leggono i bambini e scrivono i neoliberisti. Due scene la mente umana ha difficoltà a elaborare: i milioni di morti, impilati, le file dei condannati, i mucchi nelle fosse o sulle pire; la morte della terra. Quante tonnellate di C02, quanti chilometri quadrati di campi spopolati tornano foresta, quanti anni risparmiati alla fine dell’Olocene nei milioni di morti, spostando un po’ in avanti l’apocalisse climatica? Forse alcuni, probabilmente, guardando meglio, nessuno. Dove la furia dell’Orda si è accanita di più, contro le città, contro i complessi e secolari sistemi d’irrigazione della Mezzaluna fertile, avviene la Morte della terra. Giardini grandi quanto regni, comunità prospere con carbon footprint non molto diverso da quello di altri popoli e nazioni ferme all’età del ferro e del bronzo; oasi, cominciano a morire, diventano, senza umani laboriosi, deserto. Alcuni lo sono ancora adesso.

Qualche coordinata: Storia segreta dei mongoli – il Seme di Pandora – Utopia – Il conquistatore del mondo – Pianeta vuoto – Skin in the game -The Coming Anarchy -Time’s Arrow, Time’s Cycle: Myth and Metaphor in the Discovery of Geological Time – La strettoia – Upheaval: How Nations Cope with Crisis and Change – TINA – Conan il barbaro -Necropolis (Gaunt’s Ghost) – Antispazi – L’inganno e la paura – Cengiz Han’a Övgü (Batzorig Vaanchig)

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