Sciamanesimo e scrittura

Epistemologie

Lo sciamanesimo è un modello intellettuale unificante inventato dagli antropologi per interpretare culture diverse. L’accezione variabile ed estensiva del termine permette di applicare tale modello a svariati gruppi umani. In ogni continente sono state descritte società “sciamaniche” (area circumpolare russa, canadese e americana; Cina, Corea e Giappone; Europa antica e moderna; Africa; Nord America, Mesoamerica, Sud America; Oceania). L’utilizzo sregolato del concetto e il senso di apparente unità nella diversità che veicola, hanno rapidamente svuotato il significante del suo significato, mentre il senso di imbarazzo ermeneutico ha prodotto due tendenze accademiche radicali: Purismo – unico vero sciamanesimo è quello siberiano descritto da Mircea Eliade e dagli etnografi dell’area, piuttosto si dovrebbe parlare di Shamanhood o Shmanaship negli altri casi; Scetticismo – lo sciamanesimo non esiste, esistono tante pratiche di mediazione uomo-spirito le cui somiglianze apparenti non legittimano un confronto. In posizione più moderata, esistono almeno tre approcci epistemologici rilevanti per l’interesse che hanno stimolato nella cultura occidentale contemporanea:

  • Cognitivo e semiotico: lo sciamano padroneggia contemporaneamente numerosi codici (verbale, musicale, coreutico, artistico) in  quello che può essere definito un universo ipersimbolico (il costume, il tamburo decorato, gli aide-mémoire). Juha Pentikäinen, in chiave etnosemiotica, parla dello sciamanesimo come “grammatica della mente”, dove coppie di simboli opposti mappano tutti i saperi e le conoscenze tradizionali del gruppo (ad esempio, presso i Sami: terra vs acqua, uomo vs donna, renna vs salmone, terra degli uomini vs terra dei morti, ecc.);
  • Ermeneutico: attraverso l’idea di etnoermenutica di Geertz, Mihaly Hoppál estende il termine dai testi orali e scritti a quelli visuali (movimenti, gesti, cerimonie), che vengono interpretati per ricostruire il più generale contesto animistico sotteso alle culture sciamaniche, sottolineando la loro rilevanza anche in epoca recente, dove i nuovi problemi ecologici trovano nello sciamanesimo dei paradigmi validi per esprimere concetti di equilibrio e protezione ambientale;
  • Neurologico e bio-psico-sociale: secondo Michael Winkelman lo sciamanesimo ha origini evolutive: le primordiali pratiche di cura del corpo e della mente hanno generato strutture culturali complesse fondate sul pensiero simbolico e su ipnosi, suggestionabilità, reazioni psicosomatiche ed effetto placebo.

L’interesse dell’Occidente contemporaneo propende al 99% per il terzo approccio, privilegiando la dimensione spirituale, curativa, psichedelica, motivazionale. Segue la dimensione (para)ecologica. Infine, solo alcuni intellettuali sembrano interessati a sciamanesimo e animismo come “codici di lettura” del mondo.

Fatti

Come spesso accade, il termine generale ha un’origine locale e poi, per estensione analogico-comparativa, viene applicato a realtà affini. L’etimologia però è controversa: Shaman, dal turco,  poi passato al turco-mongolo e al tunguso per designare “colui che sa” o anche “colui che salta, che si agita”, è in concorrenza con la radice altaica sam “agitarsi muovendo le membra posteriori”. Questa parola, presso i popoli uralo-altaici e paleosiberiani (poco più di 100.000 individui), designa un sistema di pratiche e credenze che si possono riassumere per sommi capi: lo sciamano è intermediario o messaggero tra mondo degli uomini e mondo degli spiriti; questo implica una visione del mondo stratificata che, secondo la critica tradizionale, si organizza su almeno tre livelli: mondo infero, terra degli uomini, mondo celeste, uniti da un axis mundi (un albero, una scala, una pertica) che permette allo sciamano di spostarsi a suo piacere tra essi.

Le funzioni dello sciamano sono:

  • Sociale: lo sciamano è un “chiamato” che si colloca ai margini del tessuto sociale costituito. La sua “marginalità” e “fluidità” lo autorizza a infrangere norme sociali per ristabilirne la solidità (vedi ad esempio la libertà sessuale). Dunque è un “mediatore” che pratica il disordine per ristabilire l’ordine;
  • Pragmatica: lo sciamano è un “guaritore” e un “risolvi-problemi”. Entrando nell’altro mondo restaura equilibri soprannaturali spezzati che sono all’origine di malattie individuali (patologie, infertilità, ferite) e sociali (liti, conflitti) o di disequilibri dell’ecosistema (scarsità della selvaggina, mancanza di pioggia) nel mondo degli uomini. È anche un “interprete di sogni” e un agente del “malocchio”.
  • Culturale: lo sciamano è un “wise man” e un “racconta-storie”, è depositario della cultura tradizionale del suo popolo intesa come memoria del gruppo e come repertorio di miti, racconti e credenze. Può imporre il nome ai bambini;
  • Trascendente: lo sciamano è psicopompo, è la “scorta” dell’anima del morto (anche animale), che aiuta a lasciare il mondo degli uomini perché possa integrare il mondo degli spiriti.

Questa struttura si regge su alcune credenze: gli spiriti giocano un ruolo principale nelle attività umane; lo sciamano può comunicare con essi; gli spiriti sono buoni o cattivi; lo sciamano può curare le malattie procurate dai cattivi spiriti; lo spirito dello sciamano può lasciare il suo corpo; lo sciamano evoca e usa animali-guida (spirito ausiliare); lo sciamano interpreta sogni, pratica la divinazione, prevede il futuro; lo sciamano è tale per ereditarietà o per investitura dopo malattia o smembramento rituale da parte degli spiriti; lo sciamano è scelto dal suo spirito animale guida che spesso assume sembianze femminili ed è spinto da sentimento amoroso; presso le società di caccia gli uomini sono in alleanza con gli spiriti degli animali, mentre nelle società d’allevamento con gli spiriti dei defunti; l’uomo prende la carne dell’animale e la rende attraverso il proprio corpo al momento della morte, mentre lo sciamano reca le anime smarrite degli animali morti in cambio delle energie che spende nella trance.

Per agire in questo e nell’altro mondo, lo sciamano pone in essere pratiche dell’estasi (la trance) al fine di procurarsi visioni e far viaggiare la propria anima. Gli stati alterati di coscienza possono essere ottenuti con sostanze psicotrope (funghi, cannabis, tabacco, alcol, salvia, alloro, cactus, anfibi, insetti…) o con tecniche autoincantatorie (voce, tamburo, sonaglio, oscillazione del busto, frenesia corporea, danza…). L’immaginario che produce attraverso tecniche eccezionali non resta nella sua sfera intima ma diventa appannaggio di tutto il gruppo.

Regole

Pescare nello sciamanesimo etnologico per rifunzionalizzarlo in chiave occidentale è una pratica diffusa che oscilla tra l’abuso neocolonialista, il travisamento opportunista e il banale furto di idee. Il rispetto dell’alterità etnica non passa solo attraverso il riconoscimento giuridico, politico e sociale di un dato gruppo ma anche attraverso l’astensione intellettuale, la cura delle idee altrui, la conservazione di una sovranità e di un’autonomia culturale che non ci autorizza in nessun caso a prendere quello che ci serve, spesso in modo approssimativo, superficiale, evocativo, solo perché siamo in crisi spirituale o creativa. Il modo più rispettoso per avvicinare sciamanesimo e animismo è di considerarli una finestra culturale su un mondo che non ci appartiene. Quello che si può scorgere da questa finestra non è un supermercato delle idee ma uno specchio antropologico, che mentre ci dice chi sono “loro” ci ricorda in qualche misura chi siamo “noi”. Se consideriamo animismo e sciamanesimo una risposta evolutivo-culturale ad ambienti ecologici e a condizioni di vita che l’occidentale medio ha abbandonato intorno a 10.000 anni fa, quello che possiamo vedere nello specchio antropologico è un fascio di possibilità cognitive che abbiamo dismesso ma che ci appartengono come specie. In particolare, si può dire che sciamanesimo e animismo sono tecniche arcaiche dell’immaginario (sogno, rêverie, visione) che seguono strategie ben precise e che ottengono esiti molto diversi dalle nostre abitudini immaginative attuali. Charles Stépanoff scrive nelle conclusioni a Voyager dans l’invisible. Techniques chamaniques de l’imagination (2019): «Il giocatore di videogiochi e lo sciamano hanno in comune più di quanto si possa credere a una prima impressione. Impegnandosi nel gioco, il gamer diventa protagonista di un mondo che ha la sua geografia, la sua storia e le sue regole; dal suo punto di vista, lo sciamano che intraprende un viaggio rituale si fa eroe di un’epopea attraverso montagne e nubi per incontrare gli spiriti. L’uno e l’altro, gamer e sciamano, si sganciano dal proprio ambiente circostante per immergersi in un universo parallelo che, distinto dallo spazio reale, nondimeno presente, può essere chiamato spazio virtuale. Certo un’immersione simile è vissuta anche dal lettore di un romanzo o dallo spettatore di un film, ma il gamer e lo sciamano fanno molto di più: penetrano nello spazio virtuale, ci viaggiano dentro, vi compiono gesta, incontrano amici e combattono mostri. Ogni genere di peripezia imprevista si oppone alla riuscita della loro missione. Attivano un’immaginazione agentiva, non solo contemplativa. Anzi, in entrambi i casi si innesca un’attività immaginativa in rete». Performance rituale e performance ludica si assomigliano molto, anche per l’architettura relazionale, ma quali sono le radicali differenze? Che cosa ci separa in modo drastico dall’antropologia sciamanica autentica?

Scritture

Continua Stépanoff: «Mobilitando intelligenza artificiale, mappe e reti cablate, le tecnologie cognitive videoludiche sono estremamente potenti: producono ricche interfacce che mettono sotto gli occhi dei giocatori tutti i dettagli visuali e sonori delle scene virtuali in cui il gioco si evolve. Al contrario, le tecnologie cognitive sciamaniche, molto più economiche, si limitano ad accenni evocativi: voci nell’oscurità della tenda, immagini parziali e movimenti suggestivi nella tenda illuminata. Nei videogiochi le esche visuali sono invasive e guidano e inquadrano l’immaginazione umana in modo molto più rigido che nelle performance sciamaniche». Il problema, quindi, non è solo quello della credenza: lo sciamano fa cosmologia, worldbuilding, mitopoiesi, narrazione epica, che per lui sono reali in senso assoluto; il videogamer no. La differenza principale è però la qualità dell’immaginazione: primaria, lacunosa, allusiva per lo sciamano, God’s-Eye View e Panopticon per il gamer. E mentre il gamer usa l’immaginazione per staccarsi dal reale (escapismo), lo sciamano pone in essere un rituale che stabilisce un legame necessario tra casa e paesaggio, tra animali e luoghi, tra presente e passato, ed esplora il punto di vista di montagne, fiumi, orsi, antenati, alberi. In altre parole, il suo scopo non è creare uno spazio virtuale alternativo ma stabilire una connessione, una comunicazione, un legame ontologico tra spazio reale e spazio virtuale. L’agentività immaginante è dunque al servizio di una riconnessione con il mondo, è l’allestimento di un’architettura semiotica e cognitiva in grado di usare il virtuale per rischiarare, intensificare, risemantizzare l’adesso-qui. «L’immaginazione sciamanica – dice Stépanoff – prolunga ciò che sembra essere una delle funzioni primordiali dell’immaginazione tra gli umani a partire da Homo erectus: arricchire e approfondire il rapporto dell’uomo con il proprio ambiente». Il discorso, ovviamente, può essere declinato sul terreno della scrittura e delle funzioni della parola narrativa. Da un lato una scrittura che separa il suo destinatario dal milieu vitale della specie (animali, vegetali, minerali, paesaggi ed eventi climatici) per offrigli un mondo parallelo in cui intrattenersi, perdersi, evadere, rigenerarsi; dall’altro una scrittura che fa cosmografia, mitopoesi, epica non come mera simulazione ma come tentativo culturale e antropologico per riattivare il pensiero mitico e cosmologico qui e adesso. Da un lato letteratura, autorialità, filiera del libro, dall’altro il tentativo di stabilizzare e trasmettere un sapere collettivo necessario per sopravvivere. Ovviamente le due tensioni sono complementari, una non deve escludere l’altra. Ma fa riflettere il fatto che l’ipotesi “sciamanica” della scrittura segua per ora il destino delle minoranze etniche in un sistema egemonico e coloniale dell’immaginario.

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