Morte della distopia

Alla distopia dobbiamo tutto. Theory fiction, speculative fiction, alternative utopiche, ucronie perturbanti, un immaginario del limite in grado di trasformare la critica politica in un progetto antropologico disancorato dalla cronaca. Ma la distopia è in agonia per abuso, in dissolvimento per semplificazione e, ovviamente, in aura di banalità. Con La strada di Cormac McCarthy si è chiusa buona parte dei giochi per almeno mezzo secolo e, ormai lo sappiamo, l’unico modo per spremere il limone dell’apocalisse sono il saggio di autofiction e la parodia. William Morris e Herbert G. Wells sono caleidoscopi immaginifici potenzialmente più produttivi di tutti gli ultimi quindici anni di letteratura di genere e, per scrivere oggi un romanzo distopico, bisogna essere spaventosamente folli e spaventosamente attrezzati. Ecco il kit essenziale:

  • Worldbuilding: antropologia, zoologia, botanica, geologia, geografia, linguistica.. non è necessario essere specialisti in ogni branca, ma il mondo è un personaggio e rischia di essere piatto, stereotipato, trasparente. Non è insomma una quinta scenografica, ma una precisa funzione narrativa, non è una scatola, è la spazializzazione del tempo del racconto, non è spazio virtuale ma azione umana spostata nel non-umano.
  • Politica: una rappresentazione distopica è la punta dell’iceberg di un’utopia sommersa; mentre alla distopia possiamo non credere, all’utopia dobbiamo affidare la vita. Non si può inventare un mondo sbagliato senza credere in un’idea di giustizia. Per questo una distopia senza il suo doppio politico ideale è solo un teatro in rovina in cui è sgradevole vivere. Ma attenzione, non è il gioco dello specchio, della dialettica di parte, dell’antagonismo neri-bianchi. La distopia politica funziona perché seduce nell’orrore, perché scava nel torbido dell’anima giusta, è la proiezione psicanalitica più oscura dell’odio che l’eroe ha di sé.
  • Ontologia: la distopia è costruzione di facciata se non moltiplica gli umwelten. No, non i “punti di vista” attraverso il solito ventaglio di voci e personaggi, ma gli umwelten, gli ambienti ontologici non comunicanti tra loro: per la zecca il cane non esiste se non attraverso i suoi liquidi organici, l’acido butirrico e lattico, il suo calore. Per il cane il tempo è un unico adesso abitato da fantasmi di desiderio in sospensione tra memoria e attesa. Per l’antagonista la distopia del romanzo è la norma che regola il modo stesso in cui frigge le uova.
  • Prospettivismo: non scavo psicologico, non dinamiche interiori, ma shift di anime, come il giaguaro che crede di essere uomo e vede l’uomo come un giaguaro, come il flusso di coscienza che non è una mera tecnica stilistica ma la metonimia di una piena fangosa dopo piogge ininterrotte. Esteriorizzare la psicologia non nelle azioni e nelle cose ma invadendo come un virus le psicologie altrui. In questo modo la distopia si trasmette dal mondo-collasso all’inner space, e viceversa.
  • Weird: provate a immaginare 1984 di George Orwell con una scena di caccia a un mammut albino. Non importa che sia reale, che accada davvero nella storia, potrebbe essere solo un sogno. Ma immaginate l’intrusione di un mammut che rumina le memorie dei morti, o una foresta che tramite funghi e pollini altera le decisioni dei politici, o geologie senzienti che appoggiano la resistenza. Non per essere artatamente weird, per indulgere al fantastico d’effetto, ma per sregolare le tassonomie, per erodere le barriere ontologiche che, ovviamente, sono barriere narrative.

Perché questo kit minimo è forse il riflesso delle idiosincrasie di chi scrive qui. Forse altre ipotesi sono migliori e allora sarebbe bello che qualcuno si esponesse dichiarando nero su bianco il proprio armamentario di idee. Ma una cosa è certa: la grundnorm della distopia è la critica non di una rappresentazione del potere ma di uno stereotipo narratologico. Tutto il resto, se si vuole praticare il genere, è letteratura già morta.

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