Imperium – Prima variante

Nei prossimi tempi giocheremo con Imperium fuori dalle dinamiche librarie. Pubblicheremo parti che non sono nel libro, ramificazioni narrative, bolle scoppiate. La posta in gioco non è editoriale ma narratologica: intercettare i tempi, dare istruzioni per l’uso, spostare il limiti del testo. E qui vorremmo che, come in un romanzo diffuso, qualcuno cominciasse ad aumentare la storia per conto suo. Iniziamo noi con un capitolo alternativo a Sotto Babele.

* * *

Y a des croque-morts améliorés

New York, il marciapiede della metropolitana, sera. Joy fissa il grande manifesto pubblicitario davanti a sé. Una donna vestita di rosso tiene in mano la bottiglietta di un profumo francese. Sembra un’ampolla di veleno. Di lato alla donna, seduta come una statua di porcellana, una pantera nera fissa un punto alle spalle dello spettatore. Vita da schifo, dice Joy al felino, sei così bella e te ne stai con questa stronza. Si avvicina al manifesto e tocca la testa della pantera. Musica: Lachrimae Caravaggio, Jordi Savall, Deploratio 1.

New York, Quince. Casa di Joy, sera. Joy inserisce una cassetta anni Ottanta nel videoregistratore. Si siede sul divano sfondato, è in accappatoio. La cassetta parte, si tratta di un film porno, già iniziato. Per un po’ si mescolano immagini del film e immagini di Joy che si tocca. Poi alle immagini qui nel Quince si aggiungono quelle della ragazza uccisa. Lettino d’obitorio. Una coscia con ematomi, un dettaglio ravvicinatissimo della pelle, la peluria bionda – la mano di Joy, il lembo dell’accappatoio – il sacco di plastica per i cadaveri, la cerniera si chiude – l’accappatoio scivola, le labbra di Joy, strette – ancora la coscia della vittima. E tutto si ferma un istante prima di arrivare ai lembi blu di un profondo taglio. Suona il telefono, Joy sempre sul divano. La televisione è spenta. Fumo di sigaretta. Joy risponde.

– Joy?

– Sylvain?

– Ciao Joy. Scusa l’ora.

– Che cosa vuoi?

– Non lo farei, è importante.

– La ragazza?

– No, una cosa più vecchia. Due anni fa. Quello del sacco di plastica.

– Lo ha fatto di nuovo?

– Lo ha fatto di nuovo. Ma adesso è in Francia. La Rocade, parto domani.

– La Rocade?

– Avignone sud. Se vuoi ci andiamo. Facciamo il viaggio di nozze dalle mie parti, la vecchia Europa, tu che ti compri cappelli, io che spalmo formaggi su lunghissime baguettes.

– Vaffanculo Sylvain.

– Non mi sembri entusiasta.

– La pista era fredda. Vaffanculo Sylvain. Sai cosa voglio dire, mesi tranquilli, le solite cose, cominciava a piacermi.

– Non sei obbligata.

– Lo dici tu. La caccia Sylvain.

– Hai bevuto?

– Dimmi qualcosa che non so già.

– Sta perfezionando il rituale. Ci sono noduli di bitume. Quelli non c’erano nel nostro. È un animale nuovo. Non mi interessa sapere quali merde ha collezionato nel cervello. È un predatore che non conosciamo. – Ho una mezza idea.

– Che cosa?

– Ciao Sylvain.

– Joy.

Voce rassicurante di vecchio, come in un documentario naturalistico. Immagini rallentate di strade newyorkesi al crepuscolo. Prostitute. Un poliziotto che ride, che tiene la mano sull’anca di una bionda. La bocca del poliziotto sembra aperta in uno sbadiglio interminabile, la mano scivola sul raso sintetico della gonna, come una carezza estenuante, che non finisce mai: Il colpo con la zampa raggiunge un grado di sviluppo ancora più estremo nei serval: essi sollevano molto in alto la zampa, dopodiché la calano, rigida e totalmente distesa come fosse un randello, sulla preda che si sia rizzata in posizione difensiva. Un colpo del genere può arrivare a uccidere un grosso criceto dorato o un ratto, anche se non è la regola. (P. Leyhausen, Il comportamento dei gatti)

New York, Metropolitan Museum. Sale egizie, mattina. Joy è ferma davanti a una vetrina che contiene mummie di gatto. Sono come matrioske o birilli per il bowling. Gli occhi dipinti sul tessuto somigliano a quelli di una donna. Arrivano due ragazze italiane, si fermano a guardare la stessa vetrina. Quando Joy le sente parlare si volta e sorride. Le ragazze attaccano discorso, parlano dei gatti imbalsamati, dicono che sono come i ragazzi, scoppiano a ridere imbarazzate. Joy le corregge, fa notare che gli occhi dipinti assomigliano a quelli di una ragazza truccata, aggiunge anche che non sta bene ridere dei gatti, perché poi la notte vengono a cercarvi, belle mie. Le ragazze fingono un brivido di terrore e tornano a ridere. Joy le invita a prendere qualcosa alla caffetteria del museo. Escono. Un ultimo dettaglio della mummia del gatto, vista da dietro. Le cuciture nel tessuto sono grossolane, come quelle di una sutura dopo un’autopsia.

New York, metropolitana, primo pomeriggio. Joy e le due ragazze italiane parlano di cucina. Un barbone ubriaco canta a bassa voce una cantilena: The fifteenth cat came, the fifteenth cat came.

Joy smette di parlare per ascoltarlo. Le due ragazze continuano nel loro inglese studentesco, Joy sente solo la cantilena: The fifteenth cat came, the fifteenth cat came.

Joy non riesce a vedere il volto del vecchio, che è coperto da un cappuccio. Spunta solo la barba grigia, gialla al centro, per il tabacco, o per la bava. Sembra un eremita in preghiera, o un vecchio santone che si annulla per ore nella stessa identica litania: The fifteenth cat came, the fifteenth cat came.

Poi il vecchio si accorge di Joy, si gira lentamente. Vediamo un occhio azzurro, sottile, indemoniato, come se dentro quel cranio non ci fosse altro che istinto, solo istinto, un istinto di sopravvivenza e un’assenza totale di pensieri. È troppo tardi per fingere di guardare altrove, e Joy abbozza un sorriso. Il vecchio in tutta risposta tira le labbra indietro, una smorfia tesa, aggressiva. Mostra i denti, mancano quelli davanti, restano i canini. Il vecchio apre lentamente la bocca come per emettere un verso, ma non esce alcun suono. Contemporaneamente allunga una mano in direzione di Joy. Per un attimo Joy crede che stia chiedendo l’elemosina, ma la mano si richiude, scatta nell’aria come per graffiare. Joy arretra, sente un brivido lungo la schiena, come non le capitava da quella volta in cui aveva aperto un sacco di plastica fusa, tra i rifiuti di una strada senza uscita a Brooklyn. Anche le due italiane si sono accorte della scena. Ma il treno arriva. Salgono con tutti gli altri. Il vecchio resta, torna a guardarsi le scarpe. Forse ha ripreso la cantilena: The fifteenth cat came, the fifteenth cat came.

New York, Quince. Casa di Joy, camera da letto, notte. Tre corpi nel letto, parzialmente coperti dalle lenzuola. Un ammasso confuso nella penombra. Joy dorme nuda su un lato. Le due ragazze italiane, sono abbracciate. Una dà la schiena all’altra e questa la stringe a cucchiaio. Ha il volto immerso nei suoi capelli. Dalla cucina viene luce. Joy si sveglia, si alza. Cammina scalza fino al frigo e lo apre. Estrae una lattina da 66 di Pabst Blue Ribbon già aperta, beve un sorso. Guarda l’ora nell’orologio sulla porta. Le 3 e 40. Ci pensa un secondo, telefona.

– Joy. Non riesci a dormire?

– Ho già dormito.

– Cosa hai trovato?

– Due italiane.

– …

– Ho visto le mummie. Al museo.

– Secondo te fonde le membra nella plastica per farne delle mummie?

– Qualcosa del genere.

– Ma perché solo le braccia e le gambe? Perché le scortica? Nessuno faceva cose del genere ai cadaveri.

– Li svuotavano, ma non è la stessa cosa.

– Come ti è venuto in mente il museo, le mummie.

– Il profilo del francese, quello schedato dalla polizia. Mi ha ricordato una cosa. Una cartolina che si era fatto fare Pierre Loti.

– Chi?

– Uno scrittore.

– E?

– In quella cartolina c’era lui di profilo e di lato il profilo della mummia di Ramses. Loti pensava di assomigliarli, e si era fatto fare questa cartolina per regalarla agli amici. Sono rari i ritratti di profilo in quegli anni. Primi novecento. Comunque sembra la foto di uno schedato. Capisci? Un vivo, un morto. Il naso della vittima francese, quello di Ramses. Le mummie sono venute da sé.

– Adesso che fai? La sai la storia del generale assiro?

– …

– Collasso dell’Età del Bronzo, non si capisce perché. Come quasi sempre, dietro ogni collasso c’è un cambiamento del clima. Più secco, meno secco, più freddo, meno freddo. Comunque. Città con alfabeti, burocrazie e milioni di tavolette del sapere diventano nel giro di una generazione o due dei pascoli per le capre. Letteralmente. Dai cataloghi di stelle ai cataloghi di sterco. Qualcosa si è spezzato dentro la testa della gente. Prima si vedevano come città. Adesso non si vedono e basta. E le città crollano. Ma un generale assiro trova la soluzione. Dove non arriva il cervello e la preghiera, arriva la spada. Sottomette popoli e li rende schiavi, e gli schiavi compensano il collasso. Migliaia di persone senza nome che vanno a riempire con i loro corpi le crepe nella diga. Migliaia di vite a perdere per azzerare il debito con Madre Natura.

– Ok. Perché mi racconti queste stronzate?

– Perché un mostro non nasce mai solo.

         La macchina del caffè soffia. I tavoli si sono riempiti.

Sono Sylvie, credo di avere 43 anni, non ho conosciuto mio padre, non inoltro una richiesta di background check sulle mie compagne e compagni di letto da alcuni anni. Dovrei insegnare, mia madre era una professoressa, sussurrava a lezione alle orecchie dei futuri dirigenti della Repubblica, i rivetti del sistema, parti specializzate su nulla e adatte a tutte le forme, senza ambizioni divergenti. Dovrei insegnare human security in un’università di provincia e non è successo. Sono giovane, esco con studenti di lettere, sento il tempo zero in Mallarmé e storie sulla materia che si degrada, l’energia in dissipazione, il centro che non regge, nati per morire. Intanto vado a letto con dei poliziotti, delle poliziotte, più grandi di me. Siamo in piena autofagia, dei corpi, delle possibilità, bruciamo energia per estrarre meno energia di quella che consumiamo ed è l’universo che lo vuole. Sono una studentessa e siamo ancora qui. Preparo una tesi sulla teoria dei superpredatori: la popolazione maschile giovane aumenta di numero, ragazzi senza un padre, senza genitori sono pronti a riversarsi nei centri delle città, contro le uptown, a Parigi, il crimine violento schizzerà alle stelle, caserme nei sotterranei, gangster cominceranno a fornire divise simili a quelle della gendarmerie. Migliaia di stupri al giorno, migliaia di assalti, c’è un numero di crimini che diventano massa critica e fanno il salto e diventano politica. Spiego perché non è successo, il crimine violento è in picchiata, la terra si riscalda e la violenza diminuisce, nessuna grande guerra neanche tra palazzi eppure l’universo cospira per l’immagine. Il centro regge e io cerco di capire perché. Sono Sylvie Letocart, sono in Germania da qualche settimana. È il 2015, compenso la mancanza di Parigi con una donna sofisticata, un giovane chirurgo che ho conosciuto in un locale da Erasmus. Mi racconta dei suoi ex, di uno in particolare, delle sue cicatrici da scherma clandestina. Di notte, rampolli della Westfalia si sfidano a duello, giovani studenti, studentesse di medicina ricuciono le ferite, si ricuciono da soli, davanti a tutti. Al mattino deve esserci del sangue che le donne delle pulizie non vedono. Ogni mattina alle sei mi sveglio, lascio la mia bella e torno a lezione. Un gruppo quadrato di palazzine, sul triborder Olanda-Francia-Germania. Siamo vicini a un deposito strategico per le truppe corazzate NATO, lo vedo dalla finestra della mia stanza, tra le fattorie. Ci tengono vicino a un reggimento corazzato in allerta 3, gli stessi pezzi di ricambio, i reparti armati di manutenzione, sussistenza armata, le stesse autocisterne che devono seguire le colonne di carri armati dirette a morire contro l’Armata rossa. Un altro inganno, adesso quegli uomini sono per noi. Al Villaggio, in classe, entriamo con i passamontagna, qualcuno con vere e proprie maschere di Carnevale, demoni, animali parlati, zanne, divinità della guerra etrusche. Non possiamo dire chi siamo, gli istruttori non conoscono i nostri nomi. Siamo i buoni. Parliamo cinese, ci spiegano che il pacifismo cinese sarà la sua rovina. Ci insegnano tecniche avanzate di guerra psicologica, dinamica della guerriglia urbana, l’inganno tattico, la lotta all’arma bianca da un vecchio italiano che puzza sempre di sudore, la guerra a quattro dimensioni, la distruzione dell’animo. Impariamo come sabotare le città, per proteggerle. Impariamo l’annientamento. È il 15 novembre, non sono tornata in città, sono agitata, dentro il cranio, tolta la maschera, tutto freme, il sangue percorre caverne e ruscelli dimenticati. Ho un terribile presentimento, mi trovo a tremare, scintille nel grigio della mia testa continuano, non le vedo, le sento. È così che mi addormento, in quella stanza in cui letto e sedie e armadio sono lì per una guerra totale che non c’è stata e non ci sarà, legno di bassa qualità che merita di essere incenerito da una bomba nucleare tattica negli incubi di un’Unione Sovietica che non è mai esistita. Cerco i volti delle persone a cui tengo, sono pochi, annebbiata dalla distanza nel tempo dall’ultima volta che davvero, in realtà, li ho visti. Vedo mia cugina Christine, tra gli altri, i pochi. Christine sembra me, meno trascurata, fiducia nel futuro, sorride. Il tremare, la pessima sensazione può durare poco. Mi addormento, ricordo il giorno. Ne passeranno altri, il tempo per identificare dal mucchio. Non so perché, non saprò mai: Christine al concerto degli Eagles of Death Metal, prima di sparire, almeno un po’, tra i mucchi di cadaveri, la semina di bossoli di AK, le pozze di sangue. Io dormivo, intorno i fantasmi di un’apocalisse mancata, Christine forse ha finto di essere morta prima di essere uccisa. Era al Bataclan. 

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