Geografie senza ghiaccio

Si sciolgono. Stiamo perdendo ghiacciai alpini, banchise polari, scudi glaciali. Ma che cosa stiamo perdendo con il ghiaccio? Certamente paesaggi, ecosistemi, specie, ma anche un immaginario complesso, un’ecologia della mente in cui i ghiacci della terra hanno svolto per l’uomo, dal Paleolitico a oggi, una funzione cognitiva e poetica fondamentale. Fondamentale, ma non evidente. Gaston Bachelard diceva che l’immaginario del freddo è poverissimo. Così, quando si parla, tra estetica e storia delle idee, di invenzione del Monte Bianco, dei Poli, del Nord, non si parla di declinazioni gelate di un qualche altrove ignoto, di un esotismo che ha sostituito a palme e cammelli i trichechi e gli iglù. È qualcosa di più profondo, qualcosa di primario, che ha a che fare con la possibilità stessa di pensare il mondo.

L’immaginario poetico legato al fuoco, alla fiamma, all’incendio è entrato stabilmente nel linguaggio comune: “infiammarsi”, “fiamma della passione”, “incendio dell’anima”, “fuoco interiore”, “fuoco sacro” sono solo alcune espressioni tra le innumerevoli che le nostre rêverie del fuoco hanno inventato per connotare emozioni, stati d’animo, condizioni mentali. Il fuoco ha accompagnato per decine di migliaia di anni le introspezioni umane, dal focolare paleolitico alla fiamma della candela sul tavolo dello scrittore. Non così il ghiaccio. C’è qualcosa nel ghiaccio che resiste all’immaginario, che frena la rêverie. Pensiamo alle parole più comuni: ghiaccio, ghiacciaio, glaciazione, glaciale, ghiacciato, agghiacciante; neve, nevoso, innevato; gelo, gelato, gelido; brina, brinato. Quante di queste parole vengono usate comunemente in un registro metaforico? Solitamente solo “ghiaccio” e i suoi derivati “glaciale” e “agghiacciante”, e ovviamente “gelido”. Quello che stupisce è che l’uso traslato di queste parole ha un’incredibile monotonia di significato: mentre il fuoco serve a indicare passioni diverse, talora opposte, dall’ira all’amore, il ghiaccio ha una connotazione quasi solo negativa,  al limite neutra: il suo valore metaforico non si stacca dalla semantica dell’assenza di sentimenti e passioni, della freddezza interiore, del vuoto. Ma forse è proprio questa sua resistenza alla metaforizzazione, questa monotonia, che ci aiuta a caratterizzarlo meglio. Si tratta insomma di un terreno che resiste, che frena la metafora, che letteralmente raffredda la rêverie. Il ghiaccio, per così dire, fa una doccia fredda al fuoco dell’immaginario, e soffoca nella sua imperturbabilità l’incendio dell’eccesso immaginativo.

Se restiamo nei limiti angusti della lingua parlata rischiamo il banale. Dobbiamo invece chiederci: qual è il poetico del ghiaccio? C’è qualcosa che spinge la mente del poeta a cercarlo? Siamo di fronte a una rêverie primaria, fondante, o è solo il riflesso, lo speculare, l’antifrasi di una ben più ricca e originaria rêverie del fuoco? Anzitutto possiamo osservare che se la fiamma dilata, il ghiaccio coagula, se la fiamma è volo verticale il ghiaccio è un ritorno alla terra, e cioè, alla verticalità dell’eccesso, oppone, aprendola, un’orizzontalità dei grandi spazi: Gaston Bachelard ha detto che «la fiamma è un mondo per l’uomo solo», qui potremmo definire il ghiaccio una solitudine per l’uomo nel mondo. Se per la lingua ordinaria “ghiaccio”, “glaciale”, “gelido” sono condizioni negative dell’anima, per alcuni poeti il ghiaccio può farsi spazio, può diventare un altrove in cui raggelare un eccesso di passione, una passione individuale, o la passione condivisa da un’epoca. Solitudine come solitudines, deserto, wilderness, suolo assoluto per raffreddare nello spazio le fiamme del tempo e dei tempi, per mettere a tacere sotto una coltre di neve la fretta del quotidiano o la distruttività di una storia che divora gli spiriti come un incendio. Il ghiaccio è morte, certo, inutile girarci attorno, ma morire al secolo, seppellirsi nell’anonimato di terre come l’Islanda, la Groenlandia o la Patagonia, è un sogno che probabilmente ha sfiorato molti di noi.

Chi ha pratica diretta di luoghi glaciali sa bene che il gelo arde, ma senza fiamma, asciuga, erode, ma non incenerisce, un po’ come i grandi ghiacciai che asportano parti morbide del terreno e lasciano alle montagne la loro ossatura più solida. C’è differenza se diciamo “ghiaccio” oppure “ghiacci”: il primo è acqua rappresa, i secondi sono tutte le acque ghiacciate in ogni forma, dalle lastre scivolose delle pozzanghere alle placche di fiumi rappresi in scioglimento, dai grandi scudi glaciali del Paleolitico ai Poli delle spedizioni artiche. Se diciamo “ghiacci” diciamo immediatamente spazi, i grandi spazi bianchi, non scritti, dove l’eccesso è eroso, portato via, dove resta solo l’essenza di ciò che si cerca. Perché, lo sappiamo, esistono poeti che pensano il ghiaccio come derivato dell’acqua, come sottoprodotto di un archetipo, ma ci sono anche poeti che pensano il ghiaccio come un minerale, riportandolo così alla sua materialità terrestre. L’acqua che si ghiaccia è tempo che si ferma, invece i grandi ghiacci della terra sono il tempo trasformato in spazio. Brina e neve sono legate a quella che Bachelard chiamava la miniatura intima, la dimensione del dettaglio, il microcosmo in cui assopirsi e trovare dimora, forse pace. Ghiacciai e banchise rimandano invece all’immensità, al fuori, all’aperto inabitabile, ma sono anch’essi un rifugio, largo, che oscilla tra utopia e ucronia. Non più una piccola fuga dal mondo, insomma, ma un’esplorazione condotta da balenieri, alpinisti e cacciatori artici.

Bachelard, in La terre et les rêveries de la volonté, dedica un capitolo alla brina. La sua analisi lo porta a concludere che per molti poeti la brina è una sorta di «spirito di finezza cosmica» che penetra ogni cosa, che può purificare tutto. Un mondo impuro si copre di brina, ed eccolo sanato. Ma la purezza immaginata, dice Bachelard, nasconde in definitiva una «volontà di purificazione». “Immacolato come la neve”, si dice, e l’eco mariano è nell’orecchio di tutti. Come in Neiges di Saint-John Perse, un testo composto nel 1944 a New York, dedicato alla madre del poeta, e dai chiari ipotesti cristiani. La Neve, la Madre, la Vergine, e una città sporca, un mondo contaminato che attende purificazione:

E poi vennero le nevi, le prime nevi dell’assenza, sui grandi teli tessuti del sogno e del reale; e rimessa ogni pena agli uomini memori, ci fu freschezza di lini alle nostre tempie. E fu al mattino, sotto il sale grigio dell’alba, un po’ prima dell’ora sesta, come in un porto di fortuna, un luogo di grazia e pietà in cui licenziare lo sciame delle grandi odi del silenzio.

Per Saint-John Perse la neve raffredda gli altoforni della modernità, si stende sulla febbre dell’uomo, tesse bende per le bruciature dei viventi e, come un nuovo Eden, ci assolve, ci grazia nella nostra condizione di esuli. Il suo è insomma un ghiaccio che lenisce.

Per il ghiaccio come minerale, può servire un’altra riflessione di Bachelard. Sempre in La terre et les rêveries de la volonté, osserva che «il metallo è la sostanza stessa della freddezza e questa freddezza si presta a tutte le metafore. Se Hermann Keyserling scrive: “La freddezza è il calore specifico del metallo” è per ritrovare la vita fredda della terra, la vita di ogni esistenza a sangue freddo, quella che egli stima essere la vita di base di tutto il continente. L’ostilità del metallo è anche il suo primo valore immaginario. Duro, freddo, pesante, angoloso, ha tutto ciò che serve per ferire, per ferire psicologicamente». Se nella brina, nella neve il passaggio dall’acqua al cristallo si gioca nell’ordine della miniatura, e per così dire non turba i sentimenti, il passaggio di scala dal fiocco di neve al ghiacciaio chiede all’emozione un salto, una giustificazione. Solo una grande collera può aver rappreso l’acqua in ghiaccio. Così in Mont Blanc di Shelley, del 1816:

I ghiacciai strisciano / come serpenti in attesa di preda, dalle loro / lontane scaturigini, lentamente dondolandosi. / Là, il Sole e il Gelo a dispetto di ogni mortale / potere hanno ammassato duomi, piramidi, pinnacoli / una città di morte, adorna di molte torri / e mura imprendibili di ghiaccio irradiante. / Eppure non una città, ma una marea di / rovine è quella, che dai confini del cielo / rotola in perpetua corrente; vasti pini / sono sparsi sul suo destinato sentiero, o / sul suolo maciullato stanno senza rami e / stenti; le rocce, spinte giù da quella / remota rovina lassù hanno sconvolto / i limiti del mondo dei vivi e dei / morti, che non potrà mai essere redento.

La peculiare “geognostica” di Shelley ci dice qui che le montagne insegnano un’ostilità assoluta del ghiacciaio, metafora di una condizione universale di caducità e impermanenza. Un luogo senza redenzione, l’esatto contrario della neve di Saint-John Perse. Il suo è quindi un ghiaccio che ferisce.

Qual è allora l’intimità inconscia nascosta nei sogni del ghiaccio? In Saint-John Perse un desiderio di purificazione, in Shelley una specie di complesso di Medusa, la volontà di pietrificare, di proiettare ostilità, una rabbia rappresa, bloccata nel suo eccesso, un’istantanea d’ira. La collera del fiume tumultuoso si fossilizza in un’esplosione sorda, glaciale, una tensione permanente, ipnotica. Mentre la neve si stende morbida sulle ustioni interiori. Ecco, bastano due esempi per dire che il ghiaccio ha una doppia anima immaginale. Finché è miniatura, candore, l’animo riesce a raccogliersi in esso, fa nido e trova sollievo dall’aperto, dal mondo degli incendi. Quando invece il ghiaccio è immenso e opaco, la sua ostilità preme l’animo nel fuori, e lo costringe a farsi nomade, a seguire le grandi piste della selvaggina artica. È probabilmente un miscuglio di entrambe le cose che ha spinto certi uomini ai Poli: sonno, silenzio, anestesia, ma anche solitudine, esposizione, collera. E ora che si stanno sciogliendo, che cosa mancherà al nostro immaginario? Quali terre mentali avremo perso per sempre?

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