Un posto tranquillo

Siamo tutti d’accordo su un fatto: il Canone, qualunque cosa esso sia, scontornato o definito, allusivo o programmatico, è alla fine un dispositivo di controllo dell’immaginario tanto rudimentale quanto inefficace. Per esistere, un dispositivo del genere non ha bisogno di essere predeterminato, pre-voluto, prefabbricato. Piuttosto, è qualcosa di autogenerato in un ecotopo in cui ad esempio lettore, scrittore ed editore si spartiscono la responsabilità di far tendere la letteratura e il mondo del libro verso un sistema chiuso. La chiusura, che nasce solo e unicamente da una necessità di autoconservazione, fa sì che la colpa sia generata da persone quasi sempre senza colpa. Quale colpa? Ad esempio l’incapacità di non far scivolare la scrittura anche la più anticonformista in una logica conforme alla triade gusto-mercato-sicurezza. La tendenza securitaria, in particolare, che emerge nei momenti di crisi estrema come risposta a un eccesso di incertezza, è governata da un sottile senso di paura: gli editori non capiscono lo zeitgeist e non osano, gli scrittori non sanno più in che modo e con cosa avvicinare gli editori così si ispirano ai premi letterari, i lettori si annoiano e accettano consigli interessati. Il tutto per un giro d’affari irrisorio rispetto a quello della carne equina che quasi nessuno mangia più.

A Quiet Place (2018), interpretato e diretto da John Krasinski, è uno dei migliori fanta-horror degli ultimi anni. Sulla Terra sono arrivati dei mostruosi, velocissimi alieni, dei superpredatori guidati da un udito raffinatissimo. I pochi sopravvissuti devono controllare ogni minima emissione sonora per non essere individuati e massacrati dai mostri. La trama è elementare, in un crescendo di tensione e pericolo, con una soluzione narrativamente scontata. Anche il cliché del “tallone d’Achille” degli alieni, la fragilità annidata in ogni orrore apparentemente invincibile, è un déjà vu da The War of the Worlds (2005) di Spielberg o da Signs (2002) di Shyamalan. Ma il film è un capolavoro survivalista. Il padre di famiglia, Lee Abbott, non ne sbaglia una, dai sentieri di cenere su cui camminare scalzi alla perfetta conoscenza del soundscape per sapere sempre cosa fare e cosa non fare e dove. Ma quello che emerge, più che i mille trucchetti di insonorizzazione, come i segnalini in stoffa per il Monopoli o la culla/bara ermetica per il nascituro, è la costruzione di una perfetta ingegneria mentale del silenzio, che può essere riassunta in un unico paradigma: cura assoluta dei dettagli.

Alla luce della Pandemia da Covid-19, A Quiet Place è un film molto istruttivo, perché non insegna dei tricks, che servono fino a un certo punto, ma illustra un mindset, senza il quale alla fine si perde. L’enorme difficoltà a gestire il contagio non deriva dal non sapere cosa fare, dalle abitudini corporee e igieniche da metabolizzare, dai protocolli da mettere in atto in modo responsabile, ma dall’incapacità di pensarsi sotto attacco. I mostri alieni, grossi, letali, disgustosi sono il nemico ipervisibile, ma non sono necessariamente più letali di un virus invisibile che attacca il sistema cardiocircolatorio e, a quanto pare, anche il sistema nervoso. Nel film, ciò che appare presto evidente è la consuetudine meticolosa che non diventa mai automatismo distratto e, contemporaneamente, la gravità catastrofica del singolo errore. In questo settembre 2020 è cominciata la scuola. Non oso pensare a quello che accade laggiù, mi basta notare che nonostante molti mesi di consigli, precetti, rimproveri e protocolli base, i miei figli rientrando a casa e muovendosi in ambito domestico commettono decine di errori al giorno nella gestione delle regole essenziali per contenere il contagio. Ma invece di assimilarli al popolo dei negazionisti o dei menefreghisti o dei semplicemente ignoranti, mi sono chiesto perché persone intelligenti, informate e responsabili verrebbero divorate dagli alieni nei primi cinque minuti dopo l’invasione. Molto semplice: mancanza di immaginazione.

Se Homo avesse dovuto affidarsi unicamente ai propri sensi non avrebbe mai potuto cacciare animali. Magari oggi saremmo degli erbivori scarsi e felici su un grande pianeta verde senza lo spettro del collasso. Ma comunque si voglia immaginare il mondo con un altro tipo di noi, resta un fatto storico ed evolutivo: la selvaggina che ha modellato il nostro cervello, in bilico tra desiderio e meraviglia, era per lo più immaginata. Immaginata quando era lontana dagli occhi e bisognava prevederne gli spostamenti, immaginata come portatrice di significati altri rispetto al mero bisogno proteico, immaginata come tramite narrativo con il mondo trascendente. Immaginare animali ci ha resi ciò che siamo, Paul Shepard lo ha detto meglio di tutti. Ma quali animali? In genere abbiamo la tendenza a pensare Homo come cacciatore, ma sappiamo molto bene che nel nostro passato più lontano, e dunque ancora, nel nostro sistema cognitivo ancestrale, non siamo solo Hunters ma Hunted. Quindi sì la selvaggina, ma anche i grossi predatori selvatici che, dopo decine di migliaia di anni, abbiamo alla fine trasformato in Dei infernali, Vampiri, Alieni e Serial Killer. Immaginare cervi, dunque, ci ha reso umani, ma anche immaginare mostri. Inutile dire che abbiamo smesso di essere consapevolmente abitati dagli uni e dagli altri.

Che cosa c’entra allora il Canone? Qual è la struttura che connette selvaggina, sopravvivenza e letteratura? Non voglio scivolare qui nella suggestiva quanto aleatoria metafora della caccia delle immagini e delle idee… Lo ha fatto benissimo José Ortega Y Gasset ed è inutile ripetersi. Un nesso non-metaforico però esiste: la letteratura, tra le altre cose, e in una maniera molto diversa dal cinema, è un playground dove ricominciare a (re)immaginare animali e mostri. Soprattutto mostri. Soprattutto mostri invisibili. Mentre il Canone tira la coperta troppo piccola dal proprio lato per non guardare in faccia un futuro che è già arrivato, mentre editori-lettori-scrittori hanno ceduto alla stanchezza generata dalla Pandemia e cercano ristoro in pozzanghere sempre più secche, si disegna la fattispecie di un’altra criminale corresponsabilità: non solo quella di non aiutare le persone a immaginare mostri ma anche quella di negarne l’esistenza, come condizione addirittura necessaria per continuare a stazionare in un immaginario del prima. In questo senso il Canone, ostile al Genere, è un dispositivo di controllo dell’immaginario tanto rudimentale quanto inefficace. Rudimentale perché non ha niente di razionale, e inefficace perché non riesce a garantire nemmeno gli standard minimi di sopravvivenza del sistema che ha generato. Un suicidio, insomma, come gridare in presenza di alieni dall’udito finissimo, o come ipotizzare che un metro di distanza tra studenti seduti senza mascherina ci salverà dal disastro.

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