Grendel. Il problema del nome

«Bisogna trovare un nome. Vedo Grendel».

Da qualche parte, i titoli giusti appaiono. Per caso, all’improvviso, dal nulla, il momento di lucidità, l’ispirazione sono approssimazioni ingenue. I titoli giusti emergono da catene e specchi, cenni di idee e percorsi di temi e parole che sembrano ordinarsi. I riflessi deformati e le sequenze di parti immediatamente rilevanti nel flusso informativo stabiliscono cosa nominare adesso, cosa cercare nel passato e quanto le evocazioni dureranno nel futuro. In qualche modo tocca invocare coloro che, intercettando dal flusso, non sbagliano un titolo. Octavia Butler, Thomas Ligotti, Don DeLillo. Per fondare un titolo adeguato e resistente bisogna provare a cercarlo bene nel flusso. C’è una città, ha templi maestosi, mura prima inimmaginabili quindi ciclopiche, lotta con la campagna e altre città per trasformare le terre in giardino. Mura e canali ed edifici non si sollevano dalla nebbia. Forse è la prima città ma altre altrettanto potenti sono lì. Donne e uomini si sono prima fermati, generazioni, una città è una civiltà, è il progresso ed è gabbia. Le mura sono un’invenzione, un tool. Come tutte le tecnologie di successo sono dual-use in un altro senso, uno tragico: proteggono da mostri e nemici, definiscono i limiti della gabbia. La città protetta e maestosa è anche una prigione, ogni prigione crea il suo carceriere e il suo nome è Gilgameš. Scorrendo i frammenti, avanti e indietro Egli è eroe, protettore, dio e uomo, splendido e terribile, saggio e despota. Il re-dio impazza, di notte e di giorno, la popolazione, i cittadini, padri, madri e figli, contadini e sacerdoti e soldati e commercianti, al sicuro dietro le mura, eppure nessuno è al sicuro. Ragazze e ragazzi spariscono, sotto il sole e la luna, il potere invincibile e brama e lussuria infinita sono Gilgameš. Non resta ai cittadini di Uruk che rivolgersi, ancora una volta, agli dèi, coloro che hanno inviato Gilgameš per proteggerli da altri mali, consegnandoli a uno più grande. Ecco che una tragedia ne evoca un’altra. Gli dèi rispondono alle preghiere, inviano Enkidu, un potere altrettanto grande, specchio del selvatico da contrastare. Ma i cittadini di Uruk non verranno liberati da Enkidu, la salvezza da una funzione esterna raramente arriva. Enkidu e Gilgameš diventano amici, i poteri non umani si alleano, il despota si appoggia a un potere giunto dalla periferia incolta. Per il centro, per la civiltà umana no easy way. La condizione di Uruk è tragica. Daron Acemoglu comincia il suo The Narrow Corridor (2019) con la storia di Enkidu, Gilgameš accanto alla guerra civile siriana. La complessità della dinamica Stato forte e Società libera è un ambiente, un luogo, popolato di eroi, di imprese, di mostri. Leviatani più o meno incatenati, corpi della società troppo o troppo poco capaci si contendono storie del futuro. Acemoglu chiama la disperazione dei cittadini di Uruk “il problema di Gilgameš”.

“Good one,” said the little man. “You may be a monster, but you’re funny. I’ll give you that.”
“I’m not a monster,” said Shadow.
“Aye, that’s what monsters always say,” said the little man. (Neil Gaiman, Fragile Things, 2006)

Altro continente, altra era, la warre è ovunque, potrebbe essere il doloroso reboot da un’apocalisse. C’è una reggia, una grande casa dalle mille porte di cui molte non portano da nessuna parte, costruita per perdersi forse e tenere sotto lo stesso tetto quante più persone possibile. Un luogo glorioso, costruito dopo mille battaglie; intorno si muore, il frutto della civiltà sembra sempre in pericolo. Fuori dalla reggia deve essere il tempo dei lupi dell’Edda, schegge delle glaciazioni precedenti l’Olocene si infrangono in inverni disperati, su comunità affamate, poi incestuose, spesso elimininazioniste, poste di fronte a scelte mostruose come quelle di Winterfell durante i lunghi inverni. Come Gilgameš non è il giusto arbitro e giudice, così il re Hroðgar non è saggio, il suo potere assoluto è limitato, debole. Un mostro il cui aspetto è sfuggente, misterioso comunque dopo anni di violenze e distruzioni, la sua storia quasi conosciuta, Grendel della palude, delle cave inesplorabili, nascosto tra fiordi segreti, una reliquia della prima creazione, talmente mortale e inafferrabile nelle forme per la lingua degli uomini da sembrare parte del paesaggio inospitale. Un gruppo di guerrieri sbarca nel regno di Hroðgar, una sentinella li ferma. Vuole sapere da dove vengono, se sono spie, altri nemici, un’altra minaccia tra la massa di minacce, altri produttori di “mucchi di cadaveri”. Tra gli uomini in armi che parlano una lingua comune, la sentinella nota un qualche lucore, forse solo una differenza nell’armatura: un cacciatore di mostri, Beowulf del popolo dei Geati. L’eroe distruggerà il mostro Grendel, il demone Grendel, la natura non antropizzata, un troll tanto altro da meritarsi un nome e un eroe, la causa di tutti i mali di quella presenza umana in Danimarca. Altri mostri verranno, un pianeta in cui mostri si sostituiscono a mostri e l’epica è propaganda e il fantastico svelamento. Ecco che il Grendel di Gaiman diventa un ciclo, continua a tornare ogni anno. Shadow Moon è parte del cerchio, eroe e mostro.

Deciso il titolo, mostri e spettri affollano ogni romanzo dell’Antropocene. Non è difficile seguire il flusso. Skull Island è il nostro pianeta. Pandora, colmo di rovine, forse di una civiltà tecnologica che ha capito come evitare il Grande Filtro, è il sogno di un altro pianeta in un collasso della biosfera. Uomini salgono armati su pick-up pensando di essere altro da altri uomini armati su pick-up, tra dune e rovine. La Compagnia salva e distrugge l’umanità inseguendola come può in ogni dimensione mentre la Blue Fox è viva e ricorda il dolore di tutti i suoi simili e dissimili negli esperimenti della Compagnia che cerca di resuscitare un mondo morente che ha contribuito a uccidere. Membri della Delta Force cercano di comprendere l’imponderabile dell’intelligenza primigenia che si è formata nel sottosuolo del Medio Oriente. L’ignoranza è il vero nemico, il vero mostro inconoscibile, non Trisolaris, e il crollo cognitivo colpisce la specie. C’è una narrazione nell’Età della Catastrofe, il divide tra paesaggio interiore e mondo esterno è minimo e ancora si compone di nomi, setting, paesaggi; le scene primarie e i tipi fissi collassano. In alcuni modi, Grendel è in scuole e teatri, attende sulla costa, attraversa città.

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